Gabriele Lavia è L'uomo dal fiore in bocca (recensione)

L'artista "abbraccia" nuovamente Pirandello in una complessa rielaborazione del breve e celebre atto unico

Già da qualche anno Gabriele Lavia si misura con uno dei più grandi drammaturghi italiani, Luigi Pirandello, e per questa stagione teatrale la sua scelta è ricaduta su un breve atto unico: L’uomo dal fiore in bocca.

Fu lo stesso autore agrigentino, nel 1922, a trasformare una delle sue novelle, La morte addosso, nel veloce e gustoso copione in cui, a causa di un treno perso, la vita tranquilla di un Uomo Pacifico (questo il generico nome assegnato al personaggio, nella versione di Lavia interpretato da Lorenzo Terenzi) viene turbata dall’incontro casuale con un individuo bizzarro, dai modi gentili ed affettati, che si prodiga in lunghe e profonde riflessioni, che partono dai garzoni di bottega, indugiano su particolari banali, e, diventando sempre più preoccupanti, arrivando fino al terribile segreto che vi si nasconde dietro. Muta ma estremamente simbolica, la figura di una donna vestita di nero: interpretata da Barbara Alesse. E' presentata come la moglie del protagonista che lo viene a cercare perché rimanga a casa con lei negli ultimi mesi, ma il dubbio che inevitabilmente si insinua nella mente dello spettatore è che quella figuretta scura altri non sia che la morte.

Tuttavia Lavia non si ferma qui: ha infatti arricchito la trama portante del proprio spettacolo con altri scritti di Pirandello (impossibile non riconoscere riferimenti a novelle come Il treno ha fischiato o al celebre Il fu Mattia Pascal), allungando notevolmente e forse eccessivamente il tempo della rappresentazione ed introducendo quasi a forza il tema delle donne, che diventano in questa versione la peggior croce dell’Uomo Pacifico. 

La scena che nel copione pirandelliano è ambientata fuori da un bar, viene spostata in una quanto mai simbolica sala d’attesa di una stazione ferroviaria di inizio Novecento, riprodotta nei minimi particolari su un progetto di Alessandro Camera dai Laboratori Scene del Teatro della Pergola, riaperti appositamente per questa produzione. Non si può non rimanere affascinati davanti all’alta e opaca vetrata che copre completamente il fondo del palcoscenico, oltre il quale è possibile distinguere le luci dei finestrini dei treni che passano e vanno e la figura scura della donna vestita di nero che sovente verrà a tendere la mano verso il protagonista.

L’Uomo Pacifico, carico di pacchi, pacchetti e pacchettini coloratissimi, perde non una, ma ben due volte il treno che avrebbe dovuto riportarlo dalla sua famiglia e rimane quindi in attesa sulle scomode panche in compagnia dell’Uomo dal fiore in bocca. Lavia stesso veste i panni del protagonista, imprimendo una piega decisamente, quasi forzatamente, oscura al personaggio, che si aggira per il palco come una fantasma senza trovare piacere in quelle piccole cose quotidiane che formano la vita degli altri, alla quale l’uomo si attacca disperatamente mentre la sua gli scivola tra le dita. Questo “fantasma” si risveglia solo negli scatti d’ira verso la moglie, arrivando a minacciarla più volte con una rivoltella. 

Nel complesso, per quanto la maestria di Lavia sopra un palcoscenico sia indiscutibile, la rappresentazione risulta rallentata e più cupa di quello che ci si aspetterebbe davanti a un Maestro che ha sempre trattato i propri temi con ironia e un amaro sorriso sulle labbra, un sorriso che fatica ad arrivare alle labbra da questo enorme collage di monologhi densi e tesi.

L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA
di Luigi Pirandello
adattamento Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Lorenzo Terenzi, Barbara Alesse
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Elena Bianchini
musiche Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo
regista Assistente Simone Faloppa
Fondazione Teatro della Toscana
Teatro Stabile di Genova

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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