Amò (Riccardo Floris) e Amò (Alessia Berardi) sono in casa, non hanno né animali né figli, altrimenti la nostra confusione su chi è chi aumenterebbe. La ragazza è nervosa e in attesa che il ragazzo compia il "rito", preparando con la massima cura la dose di cocaina che tra poco vorranno fumare. Le loro discussioni sono fatte di frasi brevissime, con il tipico slang della periferia romana, ma oramai sdoganato - grazie a cinema e televisione - e comprensibile dovunque. Immaginiamo attorno a loro una situazione di "classico" degrado, bassa scolarizzazione, piccoli reati contro la proprietà, detenzione di stupefacenti, rissa e maltrattamenti in famiglia. Scene viste e riviste decine e decine di altre volte. Lei rimprovera Lui di essere troppo lento, hanno entrambi bisogno e questo li rende particolarmente nervosi, ma la reazione è totalmente diversa: Amò (femminile) se la prende con tutto e tutti, a partire dalla propria famiglia, mentre Amò (maschile) continua meticolosamente nella preparazione, stando ben attento a non sprecare la preziosa "polvere bianca". Nel frattempo la discussione continua, ma senza che i toni si esacerbino e possano trasformarsi in tragedia. Sembrerà particolare come situazione (e perché mai?), ma i due si amano.
Dopo, c'è spazio per i sogni impossibili da realizzare, l'andare via lontani, il riuscire a cambiare vita attribuendo a l'ambiente dove finora sono vissuti tutte le colpe, sono sempre gli altri ("Io so fa' tutto", " No, tu sei tutta fatta"). Lei accusa il proprio fratello di aver picchiato la madre e ovviamente Lui lo difende, perché la "famiglia" è intoccabile e anche il giudice ne ha riconosciuto l'innocenza. Lui se la prende con il padre che lo voleva in aeronautica, ma di questa possibilità è rimasta solo la passione per gli aerei che passano sulla loro testa, probabilmente in transito per l'aeroporto di Fiumicino. Il sogno di cambiamento si infrange ben presto contro la necessità di dover nuovamente assumere cocaina che, nel frattempo, sta rapidamente diminuendo e quindi a breve avranno bisogno del pusher. La "conversazione", i cui ritmi sono sempre scanditi dalla dipendenza ("Te faccio 'na striscia così lunga che te tocca pija a machina pe arrivà in fondo"), vira verso una blasfema invocazione a Dio perché la cocaina, che fa tanto bene, sia per tutti e per tutti garantita. Ovviamente la loro analisi attribuisce a Dio il tifo per la Roma, mentre il diavolo non può che sostenere la Lazio.
Tra totale presunzione, sciocchezze "religiose" e manifesto razzismo contro rumeni, indiani e zingari (che nella vita non fanno niente ma chiedono solo l'elemosina), Cosa e Coso trascinano la loro giornata fino al momento in cui devono affrontare un vero imprevisto nel loro menage di coppia, un possibile e drastico cambiamento della loro quotidianità che potrebbe veramente dare una svolta alle loro esistenze, non sappiamo se in positivo o in negativo. L'imprevisto è il cartone animato "Lady Oscar" (non possiamo definirlo correttamente "anime", perché i due con probabiltà non riconoscerebbero né il termine, né la differenza con i "manga"), ma evitiamo di dare spiegazioni al lettore: gli spettacoli si vedono in teatro. Inutile anche sottolineare i tanti rimandi mentali che abbiamo "voluto" percepire in questo testo del 2012 di Ferdinando Vaselli, quindi scritto anni prima del "Paura e Delirio" che abbiamo visto nel 2018, al suo debutto assoluto. Nel disordine citiamo Claudio Caligari, Gabriele Mainetti, Carlotta Piraino (per tornare in teatro) e ovviamente Pier Paolo Pasolini: sono tutti contributori narrativi per una situazione che ha nell'indifferenza generale di tutti gli altri la maggiore responsabilità della sua stessa esistenza. Il teatro provvede a denunciare ma, alla fine, più che chiudere il sipario non si può fare.
LADYOSCAR
di Ferdinando Vaselli
con Alessia Berardi e Riccardo Floris
regia Ferdinando Vaselli
musiche Sebastiano Forte
disegno luci Amerigo Varesi
produzione 20 Chiavi Teatro
durata un atto unico di circa 55 minuti







