Il Costruttore Solness (recensione)

Umberto Orsini restituisce al pubblico un lavoro di grande attualità, nonostante siano passati più di 120 anni dalla sua scrittura

Il Costruttore Solness
m&s - Umberto Orsini in Il Costruttore Solness (foto © Alessandro Serra)

Una scena buia con uno suono forte, fastidioso, metallico e meccanico. Quando la luce illumina l'ambiente, si capisce che il suono è quello proveniente da una macchina da scrivere sui cui tasti sta battendo, sedendo con le spalle al pubblico, la segretaria del Costruttore Solness che le è accanto. E' così che si apre la pièce di Henrik Ibsen, nella versione del regista Alessandro Serra, con protagonista Umberto Orsini (lo abbiamo visto al Teatro Storchi di Modena). O sarebbe forse più corretto scrivere "Il Costruttore Orsini" perché l'attore, classe 1934, approcciandosi al drammaturgo norvegese, costruisce in scena molto più del suo ruolo. Costruisce attimi di teatro importante, pieno, denso di significato, costruisce con la sola voce immagini, disegna e realizza contenuti là dove, per regia, sono stati inseriti dei vuoti.

"Il Costruttore Solness" è un lavoro della maturità di Ibsen nella quale vengono costruiti diversi piani narrativi e nel quale lo spazio, sia in altezza che in larghezza, e l'occupazione dello stesso, giocano un ruolo fondamentale. Halvard Solness è un costruttore all'apice del successo. Una vetta raggiunta realizzando la sua fortuna sulle ceneri della casa andata a fuoco della famiglia della moglie. Una vetta dalla quale, considerata l'età, teme di dover scendere.

E' un uomo consapevole del suo ruolo, del suo potere, che esercita con la stessa maestria con la quale usa le matite da disegno. Costruisce case per gli uomini - ha da tempo smesso di costruire chiese - ma si circonda di donne con le quali intrattiene diversi tipi di relazione, basate sempre e comunque sulla loro sottomissione, soprattutto "mentale". E' il pigmalione per eccellenza, è l'uomo che tutti temono e che vorrebbero essere o che, appunto, vorrebbero avere al fianco. C'è la segretaria, fidanzata con il giovane praticante - figlio di colui dal quale Solness peraltro ha imparato - che aspetta la grande occasione; c'è la moglie, ormai una fantasma nel ricordo della propria casa andata in fumo insieme ai ricordi e ai figli morti poco dopo. E c'è soprattutto la giovane Hilde (Lucia Lavia) che piomba improvvisamente in casa Solness reclamando la costruzione di quel "castello in aria" promesso dieci anni prima da un ambizioso uomo ad una giovane - fin troppo - e ingenua fanciulla eletta a ruolo di principessa.

Confrontandosi con la sfrontata ragazza, cercando in lei più che in se stesso una nuova linfa vitale, Solness viene posto davanti ai suoi limiti e si guarda ad uno specchio - anche presente sul palco come mezzo scenico - per cosa e come è: un uomo solo, che pur avendo raggiunto vette invidiabili, non è mai paradossalmente riuscito a raggiungerne una nella realtà per quel "problema di vertigini" che sembra essere molto più psicologico che reale. L'unica volta che ha raggiunto il tetto di uno dei suoi progetti, è quando si è rivolto a Dio dandogli del tu - in un eccesso di presunzione - e quando ha conosciuto Hilde.

Progettare edifici con molti piani, raggiungere livelli di potere così alti e soffrire di vertigini; un paradosso che Solness cela nella sua anima tormentata e che riesce, solo in alcuni casi, ad affrontare e che in qualche modo rispecchia un'altra sua inconfessabile paura: l'essere "spodestato", deposto dal trono che lui stesso si è costruito da un giovane.

Una pièce difficile, con risvolti psicologici di forte impatto che Serra riesce a ridurre con efficacia (tre atti vengono condensati ma senza perdita di senso in un'ora e quaranta) e con una visione che attraverso i mezzi scenici rende appieno i tormenti interiori dei personaggi. Il "mondo" così realizzato potrebbe essere ovunque e collocato in qualunque tempo. E' grigio, plumbeo, con un sapiente uso di luci "a taglio" che ne enfatizza i risvolti psicologici.

Pochissimi pezzi di arredamento, quasi lo studio e la casa di Solness siano una prigione i cui muri, gigantesche pareti verticali semoventi che si aprono, ma soprattutto si chiudono a soffocare ulteriormente la vita dei protagonisti. Spesso manovrate dagli stessi attori, si stringono, "schiacciano" Aline (Renata Palminiello), il Dottor Herdal (Pietro Micci), Kaia (Chiara Degani), Ragnar (Salvo Drago), Brovik (Flavio Binacci) e soprattutto il Costruttore, aprendosi invece quando sulla scena c'è Hilde, forse unico simbolo, se non di riscatto, di completa consapevolezza dei propri limiti, ma anche e sicuramente di speranza. Per lo stesso motivo è l'unica protagonista che in scena, oltre a sfoggiare una chioma libera, selvaggia (e rossa) porta costumi più "colorati", a distinguersi dai toni cinerei degli altri interpreti.

Un lavoro "corale" nel quale ogni singolo attore riesce a portare un prezioso contributo, ma nel quale spicca, come già sottolineato, l'assolo di Orsini, il quale ha dichiarato: "È da moltissimo tempo che nutro per “Solness” un interesse vivissimo. Paradossalmente le ragioni di questa passione stanno nella consapevolezza delle difficoltà che questo capolavoro di Ibsen può creare a chi osasse metterlo in scena. È la storia di tanti assassinii. Giovani che uccidono i vecchi spingendoli ad essere giovani e vecchi che uccidono se stessi nel tentativo di raggiungere l’impossibile ardore giovanile". Applaudendo Orsini, comprendiamo che per lui "raggiungere l'ardore giovanile" per il teatro, non è impossibile.

IL COSTRUTTORE SOLNESS
adattamento di Alessandro Serra da Henrik Ibsen
con Umberto Orsini e Lucia Lavia, Renata Palminiello, Pietro Micci, Chiara Degani, Salvo Drago e con Flavio Bonacci
disegno luci Alessandro Serra
scena e costumi Alessandro Serra
regia Alessandro Serra
produzione Compagnia Orsini e Teatro Stabile dell’Umbria
durata 100 minuti senza intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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