M'accompagno da me (recensione)

Appurato che non è in grado di rimanere solo, Michele La Ginestra tenta una nuova strada: quella dell'accompagnamento

una scena dello spettacolo di Michele La Ginestra
m&s - M'accompagno da me (foto © Franco Sassara)

Fratello minore di "Mi hanno rimasto solo", semplicemente perché venuto dopo, con questo suo nuovo spettacolo (che presenta una novità: la regia è affidata a Roberto Ciufoli), Michele La Ginestra confonde ulteriormente le carte degli spettatori miscelando e confondendo alcuni dei suoi spassosi personaggi, aumentando o dimunendo, cambiando e ricucendo e legando il tutto ad un gravissimo problema, che da anni avrebbe bisogno di un codice ad hoc di procedura teatrale: come punire lo squillo del telefonino in sala.

L'arringa in difesa del povero attore - reo solo di aver difeso il proprio lavoro dal disturbo sonoro e (aggiungiamo) dalla grave maleducazione di chi non lo lascia in macchina - viene pronunciata da un principe del foro siciliano, che con passione si prende cura del suo assistito che poi a ben guardare cosa avrebbe fatto? Una ragazzata, un gesto appena sconsiderato, una piccola vendetta nei confronti di chi ha gravemente oltraggiato l'arte. Ha "semplicemente" preso a fiondate il perfido disturbatore. Solo che ne ha tirate 55!

E che sarà mai una "ferita" fisica in confronto a quella nel cuore dell'attore? Alla perdita di concentrazione sulla battuta più importante dello spettacolo, quella che avrebbe fatto cadere il soffitto dalle vibrazioni degli applausi. E invece un fastidioso "drin drin", con la ricerca affannata in tasca o nella borsa e la risposta "Non posso parlare, sono a teatro" che chiunque, anche nel foyer, ha potuto sentire. A nostro parere, e abbiamo assistito in anni di frequentazioni di sale a molte scene simili, un "colpettino" di fionda è anche poco di fronte a tanta noncuranza per il lavoro altrui, perché chi sta sul palco sta lavorando!

L'avvocato (tra parentesi Michele La Ginestra lo è veramente) gioca con il linguaggio giuridico, testando le capacità legali del pubblico e ponendo anche la domanda delle domande, la cui risposta e consapevolezza sarebbe già sufficiente per far assolvere l'innocente attore: "Il teatro è fatto da persone vive, per persone che si presumono vive, ma se stai con il cellulare che emozione provi?". Noi non siamo giudici, ma è probabile che se fossimo stati chiamati ad emettere sentenza, avremmo deciso per una piena assoluzione perché il fatto non sussiste. Esagerazione? probabile, ma siamo sempre di fronte ad una finzione teatrale, quindi possiamo calarci nel gioco delle parti, senza avere il timore di ferire nessuno (qualche improperio lanciato contro il maleducato di turno, magari sì).

Dall'avvocato - che costituisce una novità assoluta - il passo alla pletora di personaggi è abbastanza breve, anche perché sono tutti pronti e scalpitanti, desiderosi di farsi spazio l'uno sull'altro, sovrapponendosi alla sezione musicale dello spettacolo (affidata alle mani sicure di Andrea Perrozzi, Gabriele Carbotti, Ludovica Di Donato e Alberta Cipriani), sorretta da quattro detenuti canterini che non possono non farti pensare alla Banda Bassotti (con i numeri di ordinanza sulla divisa, ma senza le mascherine). E chi conosce i lavori precedenti di Michele La Ginestra non può che essere soddisfatto di "chi" viene presentato, a partire dal simpatico e poco capace ladro seriale. Più che un malfattore un facilitatore del lavoro altrui, visto che il suo operato di scarso successo genera un indotto sociale costituito da guardie, installatori di antifurti, avvocati e giudici. Tutte figure professionali che dovrebbero ringraziarlo, perché senza di lui si troverebbero immediatamente senza lavoro. In effetti, ha una sua logica.

Spassosa come sempre l'incursione all'interno dei personaggi delle favole, con una acuta digressione sul nome di Biancaneve e sulla sua cattiva abitudine di tenere in bocca il chewing gum che ne rende più "difficile" la comprensione delle parole, mentre Cenerentola non ricorda nulla, oppure il toccante writer - probabilmente il momento più sentimentale dello spettacolo - che vive in un ballatoio di periferia. Si sale di tono nello spettacolo fino alla comparsa sul palco dell'oramai celebre Don Michele, sacerdote sui generis avvezzo a dire sempre e solamente quello che pensa. Una lunga tonaca di saggezza che ha le idee chiarissime sul matrimonio - ma se era 'na cosa bona, ve pare che noi preti non l'avremmo fatta - ma non per questo, non va celebrato.

"M'accompagno da me", al quale auguriamo di avere lo stesso successo di pubblico degli altri lavori di Michele La Ginestra, ha tutte le caratteristiche per essere uno show completo, dove in leggerezza si alternano momenti di poesia (particolarmente azzeccato l'innesto di Cesare Pascarella) a divertimento puro con canzoni piacevoli, ben eseguite e calibrate sulla linea drammaturgica, i personaggi si alternano sicuri come il mestiere che La Ginestra ha maturato in decine di anni di palcoscenico. A quello che sappiamo c'è davanti una lunga tournée che dovrebbe concludersi - per questa stagione - al Teatro Sistina di Roma. Suggeriamo a chi non lo ha visto di mettersi un promemoria sul telefonino. No, forse è meglio prendere un appunto con carta e penna: non si sa mai che la fionda sia ancora in scena. Abbiamo capito che il protagonista ha anche una buona mira.

M'ACCOMPAGNO DA ME
di Michele La Ginestra
regia Roberto Ciufoli
con Michele La Ginestra
e con Andrea Perrozzi, Gabriele Carbotti, Ludovica Di Donato, Alberta Cipriani
canzoni Andrea Perrozzi e Salvatore Ferrano
movimenti coreografici Rita Pivano

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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