Bluebeard/Barbablù (recensione)

In teatro, tradizionale e non, abbiamo solo i "Bluebeard", ma nella realtà ci sono ancora troppi Barbablù in mezzo a noi

Ci troviamo in un luogo qualsiasi, in un’epoca qualsiasi (anche se contemporanea), in una città qualsiasi probabilmente nel Regno Unito, vista l'assoluta vicinanza di intenti tra la Parigi di Henri Landru (reale) e la Londra di Jack lo squartatore (reale anch'egli), entrambi poi figli del tardo seicentesco Barbablù (finalmente un personaggio - probabilmente - di fantasia). Ma la nazione conta veramente poco, vista la globalità dell'argomento trattato.

Siamo in un teatro fatto solo di voci (quello di Radio 3), evocativo e suggestivo del secolo scorso, quando questo strumento mediatico terrorizzava i suoi ascoltatori con racconti di altissima qualità, da percepire rigorosamente a luci quasi inesistenti, con la fiamma viva di un camino e dopo essersi assicurati che tutte le entrate siano state ben barrate. Con questa atmosfera, replicabile anche nell'epoca del digitale, una profonda voce maschile (quella di Tommaso Ragno) ci conduce nella pièce, scandendo inizialmente e in maniera quasi infantile i termini “nuovi” con i quali ha da poco deciso di indicare, a sé e a chi dovrebbe ascoltarlo, le parti anatomiche del corpo femminile e maschile di suo interesse: “rossa”, “granito” e “loro”.

Assolta con compiacimento la revisione ancora più volgare dei già volgari termini originali, Jim - scopriremo essere questo il suo nome - passa a raccontarci della sua prima conquista: la giovanissima Susan, diciannovenne descritta costantemente, quasi con disprezzo, come "insignificante". L’incontro con la poco più che adolescente è falsamente fortuito, architettato dall'uomo per attirare la ragazza e per conquistarne la fiducia con modi galanti di altri tempi, cui una mente così giovane probabilmente non è abituata, specialmente nei contatti più sbrigativi con i suoi coetanei. Ogni passo mosso verso Susan è studiato con cura, per alimentare l'autocompiacimento di Jim, ogni gesto anche erotico ed intimo non è il frutto della sua passione, ma della consapevolezza del proprio ruolo dominante, ottenuto anche attraverso il sesso. La soggiogazione di Susan è totale, al punto da trasformare il suo “desiderio in dolore”. E' una volontà certa da parte della ragazza, almeno di questo è convinto Jim. E' dimostrato, a parer suo, che la ragazza ha assoluto “bisogno di soffrire”.

... il pavimento era coperto di sangue e alle pareti erano appesi i corpi di tutte le donne che Barbablu aveva sposato: erano tutte morte scannate... dal testo originale di "Barbablù" di Charles Perrault

Annabelle è divorziata, ha 39 anni e una situazione economica non florida. In questo caso la seduzione si prospetta ancora più facile, forse troppo, e potrebbe anche essere giustificata dalla volontà della donna di costruirsi un nuovo legame, un evidente segno di debolezza (tipicamente femminile). Così non è nemmeno troppo divertente, è prassi. L’ego di Jim è gratificato dalla tanta (sua) profonda conoscenza dell’animo femminile: “L’estasi della subordinazione nell’eros è già che bella e celebrata in Annabelle”.

Judy, invece, ancheggia e balla nella pista da ballo, il luogo prediletto da BB per andare a caccia di prede, facendo muovere le sue piccole “loro”. E’ elegante e sensuale nel suo aderente abito nero, seta sopra e seta sotto, ed è capace incredibilmente di occupare i pensieri dell’uomo, appena turbato (o incuriosito) di questa nuova e diversa sensazione. “Si adatta intorno”, al punto da fargli avvertire che anche lui potrebbe essere capace di amare, al punto di chiederle di sposarlo. Ma Judy ha una zia, con un marito in galera e una figlia che si è data al porno, ma soprattutto è diretta, smaliziata e conosce nei particolari la “favola” di Barbablù.

Un testo duro e giustamente violento, ben diretto da Veronica Cruciani, affidato ad una impeccabile voce maschile che si erge nella sua pesante volgarità quale capofila di tante altre voci, tutte ugualmente certe della propria superiorità, fisica e mentale. Se fossimo solamente davanti alla trasposizione contemporanea di una favola del terrore, potremmo semplicemente fermarci ad apprezzare il lavoro teatrale di Hattie Naylor, cercando i parallelismi con le atmosfere dei romanzi di Thomas Harris, ma non è purtroppo così semplice, perché ci scontriamo non con il singolo, ma con una acclarata quanto inconcepibile presunzione di potere per nascita.

Quando usciamo dalla sala teatrale è sicuramente peggio, perché ci troviamo di fronte a tanti "gracidii" che, a differenza dalla pièce, sostengono che la “colpa” (quale?) vada attribuita anche alla vittima, che in fondo se l’è cercata e che, comunque vada, è “lei” ad essere stata attratta da un uomo così e che avrebbe dovuto capirlo prima, perché c'è sempre una causa (leggi scusante) a scatenare la reazione violenta. E che si vedeva, bastava aprire gli occhi. E potremmo continuare.

In alcuni casi abbiamo banale stupidità (vedi l'illuminata intelligenza di Ennio Flaiano), mista a insensibilità e inesistenza culturale, in altri dispregio consapevole, acuito da una posizione predominante nella comunicazione becera, sui social e soprattutto nel trash. Siamo sottoposti ad una traslazione della responsabilità che sembra non avere mai fine e che non sappiamo quanto possa essere complice solo inconsapevolmente. Di fatto, comunque lo è.
Il radiodramma è andato in onda sul terzo canale nella giornata scelta per la sensibilizzazione contro la violenza sulle donne: la nostra amarezza è che debba esistere una giornata così e che le tante "voci stonate" non potranno essere banalmente spente girando un interruttore. Abbiamo la brutta impressione che su di loro il sipario non calerà mai.

Teatro Radio 3
presenta
BLUEBEARD/BARBABLU’
di Hattie Naylor
traduzione Monica Capuani
con Tommaso Ragno
regia Veronica Cruciani
sonorizzazione a cura di Giovanna Natalini
introduzione Simona Argentieri
a cura di Laura Palmieri
durata 52 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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