In scena un uomo solo. Quando comincia a parlare ha uno spiccato accento romano. Ed è normale, quando racconta di essere Antonio, nato a Colleferro e trasferito a Roma da adolescente, per andare a lavorare con suo zio e diventare “movimentatore” di opere d’arte. Ma cosa fa un movimentatore? Infila dei guanti bianchi per poter toccare l’opera senza rovinarla, senza lasciare impronte, per deputarle il giusto rispetto e studia scrupolosamente come spostarla, muoverla, trasportarla, movimentarla appunto, per gli allestimenti museali. Quante persone servono, quanti chili vanno gestiti e come gestirli. Ma soprattutto CONOSCE l’oggetto che sta movimentando. E come fa un uomo semplice come Antonio, forse anche un po’ grezzo, a distinguere un Caravaggio da un Carracci, un Pollock da un Fontana?
Ce lo spiega proprio Antonio, con il suo linguaggio semplice, efficace, immediato: guardando. Guardando con attenzione l’opera e ciò che vuole raccontare. Con un’attenzione tale che la prima volta, ricorda, si è quasi sentito male dall’emozione che lo pervadeva, tanto che lo zio gli ha spiegato che la sua era semplicemente la “sindrome di Stendhal”, quel “disturbo psico-somatico ("sillege" nelle definizioni più accurate) che si manifesta con una sensazione di malessere diffuso, associato ad una sintomatologia psichica e fisica, di fronte ad opere d’arte o architettoniche di notevole bellezza, specialmente se si trovano in spazi limitati”.
In quarant’anni di lavoro Antonio ha movimentato tantissime opere ed anche se ha lasciato la scuola giovanissimo per lavorare è come se avesse studiato arte, tanto ne parla con cognizione di causa e potrebbe dare lezioni ai “professori” su come spiegarla a scuola: l’arte è sempre attuale, anche quando ha centinaia di anni e parla ad ognuno di noi, al nostro oggi. E così Antonio – Paolo Triestino, elegante interprete – attraversa la storia dell’arte conducendo lo spettatore attraverso un viaggio nella bellezza, condito da aneddoti personali, come quello di quando ha rovinato completamente il matrimonio alla cognata non scattando le fotografie alla cerimonia. Ma d’altra parte, aveva appena passato la prima notte d’amore con la donna che sarebbe diventata sua moglie e dimenticarsi del matrimonio prima e delle batterie della macchina fotografica dopo era comprensibile.
Le parole di Paola Guagliumi nel libro “L’arte spiegata ai truzzi”, dove le opere d’arte vengono raccontate con il linguaggio dei più giovani, ma con la professionalità della storica dell’arte, sono state raccolte dalla penna di Edoardo Erba che ha trasformato il tutto in un racconto teatrale che guarda alla quotidianità e alle vicende sociali.
Attraverso i racconti di Antonio/Triestino, nel suo spiegare le cose semplicemente, come se parlasse di calcio al bar con gli amici, si trasmette il messaggio che, per rimanere umani è necessario prima di tutto capire cos’è la bellezza e circondarsene.
“La bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij, per non parlare del filosofo bulgaro Cvetan Todorov. La bellezza è creata dalle mani dell’uomo e per trattarla (o movimentarla) occorre indossare dei “guanti bianchi”, segno di rispetto. Ma le mani, purtroppo, possono fare anche del male, soprattutto se associate ad un colore che può diventare un cognome. Guanti. Due. Bianchi. Come i fratelli che hanno picchiato fino alla morte il giovane Willy di Colleferro, con un innesto nella cronaca che non ti aspetti.
Paolo Triestino interpreta non solo Antonio, ma anche la doppia scrittura di Guagliumi e di Erba (con il quale ormai c’è quasi un sodalizio artistico) firmando anche la regia di questo spettacolo che è un viaggio nell’arte, nella bellezza, ma anche nella riflessione, come accade in tutti i testi di Erba. L’allestimento scenico è essenziale: Antonio/Triestino cammina sul palco riempiendo gli spazi lasciati vuoti dalle opere d’arte che vengono proiettate sul fondale e che diventano anch’esse protagoniste della pièce ed ogni tanto si siede, issandosi su imballi che lasciano presagire al loro interno dipinti da movimentare. Si lascia trasportare dalle emozioni guidando lo spettatore tra le opere d’arte e nel contempo facendosi guidare da loro in un viaggio che transita anche per Colleferro, aggiungendo alle atmosfere dei capolavori quello di una (brutta) storia dei nostri giorni.
Diaghilev
presenta
Paolo Triestino
in
GUANTI BIANCHI
di Edoardo Erba
liberamente ispirato a L’arte spiegata ai truzzi di Paola Guagliumi
regia Paolo Triestino
musiche Natalia Paviolo
luci Giuseppe Magagnini
costumi Traart
scena Francesco Montanaro
animazioni Valeriano Spirito
aiuto regia Matteo Montaperto
assistente alla regia Giuliano Bruzzese
organizzazione Alessandra Cotogno
durata atto unico di circa 75 minuti








