Napoli, inizio anni '80. Chiunque abiti in Italia - e, per fortuna o purtroppo, non solo - ha un'idea abbastanza chiara di come fosse la città partenopea in quegli anni. Una città caotica, rumorosa, estremamente "viva" (come ora), ma con il lavoro portuale sulle banchine - e probabilmente non solo quello - in balia della malavita locale, per utilizzare un eufemismo. E' in questo contesto che si innesta il lavoro di traduzione e trasposizione di Enrico Ianniello e Alessandro Gassmann (rispettivamente sceneggiatore e regista-scenografo) di "Fronte del Porto", capolavoro cinematografico del 1954 di Elia Kazan su testo di Budd Schulberg, con Marlon Brando.
Il protagonista della storia è sempre l'ex pugile interpretato dal trentenne Brando, ma in questa trasposizione azzardata e comunque ben riuscita, si chiama Francesco Gargiulo e nei suoi panni c'è un eccellente Daniele Russo che si trova, in un'ingenuità inizialmente difficile da capire, coinvolto in una serie di crimini che prendono il via dall'assassinio del troppo “loquace” - almeno a detta di Carluccio il Galantuomo (fratello di Francesco) e Gigino Compare (loro cugino e vero boss del clan) - Peppe Caruso.
La morte di Peppe scatena una serie di avvenimenti che potrebbero essere paragonati alla teoria della pallina sul piano inclinato: per quanto impercettibile sia l'inclinazione del piano, una pallina su di esso comincia a scendere, sempre più veloce. Fermarla, pare impossibile. A meno che non subentri un fattore umano. Un gesto, un’occhiata, una frase qualsiasi può forse fermare il corso delle cose. Ed è quello che cerca Erica, la sorella di Peppe (Francesca De Nicolais). Prima, costringendo a ribellarsi all'omertà Don Bartolomeo (Orlando Cinque) con un'accorata esortazione: “In chiesa, quando aggio bisogno? Ma guardateli i santi, i santi veri! Voi vi pensate che si nascondevano nelle chiese? C’è mai stato un santo, uno!, che si nascondeva dentro alla chiesa? Per diventare santo qua, Don Bartolome’, dovete stare in mezzo alla strada, in mezzo ai morti, ‘nmiezo ‘a gente che sura e chiàgne, ma sapìte perché? Pe’ se fa’ da’ ‘na jurnàta ‘e fatica, una!, ‘na jurnàta p’essere trattato comme a ‘nu ciuccio, ‘na jurnàta pe’ fa’ ‘a schiumma mmocca, comme ‘e cavalle!”. Poi, accompagnando in un percorso di consapevolezza Francesco (e il pubblico).
Un lavoro corale che continua con questa opera nel portare in scena temi di denuncia sociale e contaminazione cinema-teatro, che sicuramente convince anche lo spettatore più scettico al pensiero di assistere ad un approccio così particolare all'idea cinematografica del 1954, per di più completamente recitato in napoletano. Tutto il cast - 12 gli attori in scena - si è rivelato di grande spessore, riuscendo a mantenere costante l'attenzione del pubblico anche nei veloci cambi palco ed un ritmo di battuta non facile: se Daniele Russo è emerso vincitore dal normale e non facile paragone con il Terry Malloy di Brando, costruendo un personaggio che emerge lentamente, ma efficacemente, durante l'intero svolgimento della pièce, abbiamo veramente apprezzato il lavoro attoriale di Ernesto Lama nel ruolo di Gigino. Il completo disinteresse per la vita o la morte di un essere umano, il trattamento alla stregua di un animale nei confronti dei “lavoratori”, la “dolce” freddezza indifferente che improvvisamente si trasforma in rabbia difficile da contenere: repentini cambi di registro espressivo anche all'interno della stessa scena, resi in maniera estremamente credibile tanto da tenere spesso con il fiato sospeso il pubblico che assiste inerme ad una costruzione di lucida follia. Quasi un Dottor Jekyll e Mister Hide.
Discorso a parte merita Alessandro Gassmann. Avevamo già avuto percezione della sua bravura alla regia dopo averne applaudito "La pazza della porta accanto", ma dopo questo nuovo lavoro di contaminazione e commistione tra cinema e teatro, dopo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (film di Milos Forman, 1975) e “La parola ai giurati” (film di Sidney Lumet, 1957) ci sentiamo di affermare che Alessandro abbia raggiunto nella regia un alto livello qualitativo paragonabile a quello che suo padre Vittorio aveva raggiunto nella recitazione con delle "invenzioni" all'apparenza semplici ma estremamente incisive. Una su tutte l'idea di "trasportare" i classici titoli di coda di un film a chiusura dello spettacolo, illuminando con un occhio di bue il protagonista e proiettando il nome del personaggio e dell'attore che lo interpreta.
Grazie a delle architetture sceniche a forma di libro aperto che si spostano, si muovono, si adattano, a dei fondali con proiezioni e ad un pvc trasparente sul proscenio con retroproiezioni ad esigenza, Gassmann è riuscito a ricreare un microcosmo napoletano estremamente verosimile, che va dal porto alla chiesa, al bar ritrovo dei malavitosi, al tetto dei “cardilli”, riuscendo a trasportare il pubblico nella storia. Lo spettatore non si trova seduto nella poltroncina di un teatro, ma “è” insieme ai personaggi a soffrire il freddo sulla banchina in attesa di una nave da scaricare, oppure “sente” l'odore di incenso nella chiesa del Carmine di fianco a Don Bartolomeo. Lo spettatore è dentro la Napoli degli anni '80. Lo spettatore esce dal teatro riflettendo che, forse, questa storia non è così anacronistica.
FRONTE DEL PORTO
di Budd Schulberg con Stan Silverman
traduzione e adattamento Enrico Ianniello
regia Alessandro Gassmann
con Daniele Russo
e con Antimo Casertano, Orlando Cinque, Sergio Del Prete,
Francesca De Nicolais, Vincenzo Esposito, Ernesto Lama,
Daniele Marino, Biagio Musella, Edoardo Sorgente,
Pierluigi Tortora, Bruno Tràmice
scenografie Alessandro Gassmann
costumi Mariano Tufano
disegno luci Marco Palmieri
videografie Marco Schiavoni
musiche Pivio e Aldo De Scalzi
sound designer Alessio Foglia
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini e Teatro Stabile di Catania
durata 120 minuti







