L'appuntamento, perché di questo si tratta, è davanti l'ingresso del Teatro Eliseo di Roma, dove i 7 spettatori (sette!) sono attesi per essere accompagnati dal tour manager dello spettacolo nei luoghi in cui effettivamente si svolge l'azione scenica. Inizia così il nostro viaggio nel mondo della prostituzione di strada, o meglio, nell'indifferenza che circonda le circa 100.000 ragazze (il numero oscilla tra le 75 e 120 mila), spesso adolescenti, che fanno il "mestiere" in Italia, e ci chiediamo anche se sia umanamente corretto definirlo così. I dati che la produzione dello spettacolo ci ha fornito sono veramente impressionanti: circa il 37% delle ragazze è minorenne, il 65% lo fa in strada e il volume economico è pari a 3,6 miliardi l'anno. Il trend è in salita e non sembra conoscere "crisi".
Appena attraversata a piedi la centralissima Via Nazionale, veniamo fatti accomodare su di un vecchio furgoncino riadattato a "sala". Tutti sistemati, possiamo muoverci nel traffico del fine pomeriggio romano, in un normale giorno lavorativo. La nostra scelta mentale è di immedesimarci o in uno dei mezzi di trasporto con cui le organizzazioni illegali muovono le ragazze dai loro fatiscenti alloggi verso le periferie dove si vendono, oppure - ed è forse questa la situazione più plausibile - ritenere di essere su un autobus che ha conosciuto tempi migliori su cui, tra pochissimo, salirà lei, la nostra Medea (Elena Cotugno).
Il mezzo si arresta e l'autista (anche attore, visto che il movimento è in funzione del racconto) finge un battibecco con una "rumena" che si lamenta ad alta voce della scarsa attenzione prestatale dal conducente. La ragazza sale e si siede in una posizione centrale, perfettamente posizionata per essere vista dagli essenziali (e privilegiati) spettatori. Il pesante trucco e la lunga capigliatura nera mascherano, senza riuscirci troppo, il viso da ragazzina, è vestita di nero, è verbalmente aggressiva ed ha un sorriso forzato, ma gli occhi sono tristi e spenti, atteggiamento e aspetto fisico di ciò che ha vissuto e che vuole raccontarci.
Medea per strada può iniziare da qui, il "sipario" è stato completamente aperto e le luci della particolare "sala" sono state spente. La ragazza ha voglia di parlare, di chiedere e ridere (in maniera sguaiata), parla anche un buon italiano dall'accento, ovviamente, marcato. I presenti interagiscono con lei solo se costretti, come sempre succede quando un italiano si incontra, in un contesto altro, con una prostituta, dimenticando - o non volendo considerare - che si tratta innanzitutto di persone, con un vissuto anche normale, in alcuni casi con famiglia, con un brutto passato e un pessimo presente. Ma si più avvezzi a ritenerle persone non esistenti.
Una normalissima infanzia, in Romania, in una casa borghese, con un padre insegnante, ma polemico avversario culturale del regime di Ceausescu. Da qui la decisione di far scappare la figlia in Italia (o di venderla?), per assicurarle un futuro migliore (o assicurarsi una somma di denaro?). Il viaggio verso Tirana in una sorta di carro bestiame, tutti in piedi, stipati peggio delle bestie, con un ricordo immediato, da parte di chi assiste, verso i trasporti ferroviari dei nazisti ai campi di concentramento. Poi, finalmente, la sosta e un alloggio, magari non troppo dignitoso, ma sempre preferibile alla puzza sopportata finora. Ma è qui che comincia l'incubo peggiore: i documenti sequestrati e le prime violenze. Medea è una ragazza sveglia e risoluta, forte ed intelligente e "conta", conta tutto, anche gli scarafaggi che abitano nella sua stanza, perché "se conti non te ne vai con la testa". Ha, e ne è consapevole, un debito da pagare, per lo spazio che occupa e sa che deve farlo sfilandosi tante e tante volte le brutte mutandine, da pochissimi euro, che indossa. Un debito che, ci si rende conto presto, non ha mai fine. Bisogna arrivare a 60 anni, ma è tutto da vedere "se arrivi a 60 anni". Niente può essere scontato quando semplicemente non esisti.
Si innamora del suo protettore, dell'uomo italiano dalla capigliatura rossa che la traghetta nel nostro paese, che si "prende cura di lei", l'aiuta a sopravvivere, involontariamente la rende anche madre di due bellissimi bimbi che lei mostra - mamma orgogliosa come tutte le mamme - in due disegni a matita. Più passa il temp e più gli spettatori si avvicinano, anche fisicamente, vincendo l'iniziale diffidenza. L'indifferenza è passata e ci stringiamo tutti attorno a lei e prendiamo parte a quello che sta raccontando. Continua a contare, conta i preservativi con cui misura il tempo che passa, sempre per non impazzire. Ha comunque la sua casetta, i suoi bimbi che ha protetto dall'uomo cui i figli appartengono, perché "i bambini sono del padre, che dà la casa e dà il nome". Non considera che la prima preoccupazione dell'uomo sia stata che non smettesse un giorno di "lavorare", che la fonte di reddito non si interrompesse, nemmeno durante la gravidanza.
L'evoluzione dello spettacolo - che vi invitiamo a non mancare, mettendovi in lista di attesa, come abbiamo fatto noi, nel caso in cui i posti disponibili nella vostra città siano già andati esauriti - prevede il forte contrasto, nel caso specifico, tra la bellezza della città romana e le aree degradate della tollerata prostituzione urbana, zone cittadine dove l'indifferenza si miscela alle tragiche microstorie di non-vita quotidiana.
Un viaggio teatrale totalmente coinvolgente, portato avanti in una maniera allo stesso tempo delicata per la struttura narrativa, quanto violenta per quello che vediamo o immaginiamo. La realtà, quando viene gettata in faccia senza filtri, può far male, ma è pur sempre realtà. Non dimentichiamolo e non voltiamo la testa, perché di Medee sono piene le nostre strade, non solo quelle drammaturgiche. Lo spettacolo termina con una domanda "Chi sei tu?". Domandiamoci sempre chi siamo, o cosa siamo, nel momento in cui voltiamo la testa da un'altra parte, pensando che queste ragazze non sono figlie nostre. In fin dei conti è vero, non lo sono, ma non per questo siamo maggiormente giustificati.
MEDEA PER STRADA
da Euripide
con Elena Cotugno
parole di Fabrizio Sinisi ed Elena Cotugno
spazio scenico Filippo Sarcinelli
costumi Giuseppe Avallone ed Elena Cotugno
ideazione e regia Gianpiero Alighiero Borgia
durata 75 minuti, esclusi semafori e traffico








