Una pièce che tratta i temi dell’incomunicabilità, della violenza che troppo spesso sfocia in cronaca nera. Andrea Lupo mette in scena l'incapacità (e/o la mancanza di volontà) di mettersi in discussione.
Un uomo, solo e minuscolo, davanti ad una porta chiusa dalle enormi dimensioni. Se fossimo in una favola, ci troveremmo in "Alice nel Paese delle Meraviglie", ma non si tratta - purtroppo - di una favola. L'uomo si chiama Luca, ha uno spiccato accento veneto ("mona" è il termine che usa di più) e scopriamo essere il marito di Lilli, la donna che si trova dall'altra parte di quella porta chiusa. E’ il loro decimo anniversario di matrimonio (ma è il ventesimo da quando “stanno insieme”) e da una “sciocchezza”, un’incomprensione prima di cena, è scoppiato il litigio che ha portato Lilli a chiudersi dietro la grande porta e Luca a parlare, supplicare, convincere, arrabbiarsi ed urlare, davanti a quella stessa porta ma senza mai toccarla. Continua a dirle che lei sa che "lui è fatto così" e si massaggia le mani, probabilmente doloranti.
Il tempo passa e mentre Luca “prega” Lilli di “smetterla con le sciocchezze” e uscire per andare a "festeggiare l'anniversario", lo spettatore comincia a conoscere sempre di più entrambi i personaggi, quello presente e quello assente, perché lo stesso Luca - attraverso sapienti flashback/racconto - ne fa un riassunto, sintetizzando anche il suo rapporto con l'altra metà del suo cielo, quella in casa, quella sul lavoro, quella commentata tra amici e tutte le altre. Luca afferma di essere un “uomo serio”, dalle “grandi mani” come suo nonno, figura che ricorda ancora con affetto e con disagio, contemporaneamente. Il disagio viene evidenziato dai pranzi domenicali, preceduti da una piacevole conversazione tra nonno e nipoti: tanti consigli maschili, celebranti l’uso delle mani che devono fare e saper fare. Luca è il nipote prediletto ed anche dopo l’abituale litigio che il nonno ha, senza motivo, con la moglie, lui è l’unico al quale viene versato ben due volte l'amaro fatto in casa, che lo aiuterà a diventare “uomo”.
Ricorda anche l’amore tra i genitori - "io non l’avevo capito che si stavano separando" - e quello verso la “sua” Lilli: la madre delle sue due bambine, una donna che ancora adesso fa girare la testa agli altri uomini - "una vera femmina" - e per la quale prova un amore così forte, ma così forte, che può superare qualsiasi cosa. “Sono un uomo fortunato Lilli, ad aver incontrato una donna come te. Ma anche tu sei fortunata ad aver incontrato un uomo serio come me. E possiamo ancora raddrizzare la rotta. Lo abbiamo fatto tante volte". Ma se è così, perché la donna si ostina a non parlare e rimanere chiusa dietro la porta? Di cosa ha paura? Ad ogni litigio, dopo aver messo in sicurezza le bambine, Lilli deve essere abile nel calcolare la distanza tra la "porta" e le grandi "mani" di Luca, ogni volta è così. Poi bisogna usare molto sapientemente il trucco, per nascondere i segni. E se non è possibile, si deve trovare la scusa valida, ma è facile mettere un velo, quando gli altri sono così poco interessati a quello che ti succede. Tutto questo non ci viene esplicitamente raccontato, ma fatto intuire, in fin dei conti si tratta di una storia già successa mille e mille volte e che succederà sicuramente di nuovo.
Andrea Lupo si è drammaturgicamente cucito addosso “Lo Stronzo” (titolo inequivocabile sul quale non possiamo operare una perifrasi), un testo duro e complesso, che restituisce dal palco quello è stato un lungo lavoro di ricerca e documentazione sul senso di inadeguatezza maschile, sul terreno dell'uomo di tutti i giorni, dove più facilmente cresce quella rabbia, così forte da portare a gesti inconsulti e inspiegabili. “Luca ha solo due possibilità: arrendersi e cercare di ricostruire un sé maschile differente e nuovo e personale, oppure richiudersi, irrigidirsi, rifiutare l’evoluzione e scacciare ogni dubbio, ogni possibilità di cambiamento e crescita, compiendo il gesto estremo e risolutivo”.
Luca come Jack (Torrance) mentre continua a terrorizzare la sua Wendy. Ma in questo caso non abbiamo di fronte un romanzo, un grandissimo regista e dei bravissimi interpreti (il riferimento per quei pochi che non lo abbiano capito è a "Shining" di Stanley Kubrick, 1980), ma un uomo comune, che "banalmente" lamenta non la propria, ma l'altrui inadeguatezza. L'eccellente prova autoriale si confonde con l'altra ugualmente eccellente attoriale: l'autore/attore dipinge sul palcoscenico un uomo esasperato e represso, incapace di progredire, che interpreta ponendo spesso l’accento sulle “mani” che si stringono, si aprono, si sgranchiscono, “fanno male”, e sulle espressioni del volto, che riescono a cambiare registro - quanto il tono - in maniera repentina, da accondiscendente e supplichevole ad aggressivo e arrogante. Un personaggio scomodo, nel quale è difficile entrare e del quale è anche difficile riuscire a sbarazzarsi. Un personaggio che è necessario interpretare e che è ancora più necessario guardare.
La pièce, durissima e velocissima, mantiene sempre costantemente alta la tensione, anche fisica, dell’interprete che, di rimando, mantiene viva l’attenzione dello spettatore che si immedesima, si impietosisce e gradualmente si dissocia - rabbrividendo - nell'escalation caratteriale di Luca, in apparenza un uomo normale, di quelli che, sempre troppo spesso, poi occupano le pagine della cronaca nera. L’uomo sul palco, in realtà, non è solo: se dietro la porta c’è Lilli, accanto a sé, a fargli compagnia - una brutta compagnia - ci sono delusioni, frustrazioni, convinzioni sociologiche dettate dall'ignoranza e dalla violenza che a fatica reprime. A volte, se questi sono i compagni di vita, sarebbe meglio essere veramente soli.
LO STRONZO
di e con Andrea Lupo
aiuto regia Giovanni Cordì
elementi di scena Matteo Soltanto realizzati nel laboratorio E.R.T.
suoni e musiche originali D.A.D.D.
produzione Teatro delle Temperie
durata un atto unico da 60 minuti








