Elio è Il Grigio (recensione)

Dopo il debutto assoluto in forma di reading, Il Grigio è tornato nelle sale in forma di spettacolo compiuto

Elio è Il Grigio
m&s - Elio è Il Grigio (foto © Giuseppe Maritati)

Giorgio Gaber e Elio (senza le Storie Tese) che si incontrano a teatro è una di quelle alchimie culturali che fanno bene allo spirito. Merito del regista, Giorgio Gallione, che ha avuto questa felice intuizione e - con la benedizione della Fondazione Gaber - ha plasmato ed affidato il testo, scritto da Gaber e Luporini, sull'eclettico "cantattore", che ne fa monologo.

Ha raccontato Gallione: “Per me nel 1988, da spettatore e giovane regista qual ero, Il Grigio fu un’esperienza intensissima, fondamentale, una rivelazione”. Se il risultato è quello visto, c’è da essergli grati, soprattutto, per aver dato forma e sembianze teatrali al reading dello scorso anno. Al centro rimane la parola, anche cantata, che si veste con una scenografia ariosa (di Guido Fiorato) e con lo sfondo di una luce viva per riprodurre la casa di campagna che il protagonista sceglie come suo "buen retiro" ad un certo punto della sua vita. E da lì racconta una storia di spaesamento personale, più che civile.

Come ne esce Gaber dalle corde di Elio? L'intuizione vincente è stata quella di accarezzare anche la sensibilità più consona dell’artista, affidandogli il compito di riproporre in scena alcune delle sue "canzoni", vestite con gli arrangiamenti di Paolo Silvestri. Sono proprio quei brani che finiscono per essere il filo rosso che accompagna tutto il monologo come preziosi elementi del narrare. Anzi, diventano racconto, espressione del pensiero di un uomo che decide di allontanarsi da tutto e tutti, afflitto più da problemi personali che da inquietudini diffuse.

Si potrà mai dividere il piccolo io dal collettivo? Non certo nei testi di Gaber, intrisi di riverberi d’intimità e pensieri sulla società, ancora vibranti di attualità. Basta ritirarsi in campagna per isolarsi a cercare tranquillità? Non si direbbe, se nella nuova e luminosa casa, ancora piena di scatoloni del trasloco, affiorano i fantasmi del non risolto a risvegliare la coscienza. Appaiono la moglie, da cui il protagonista si sta separando, l’amante, il figlio e il vicino, un colonnello che passa il tempo pettinando galline e guardando la tv. Sarà il Grigio, un misterioso topo che compare a disturbare quella solitudine agognata, a riportare in vita i mostri che ha (abbiamo) dentro, quelli “che vagano in ogni mente, sono i nostri oscuri istinti e inevitabilmente dobbiamo farci i conti”.

Non a caso, l’incipit di "I mostri che abbiamo dentro” accentua tutti i passaggi più intensi del monologo; così come “Io come persona” ne segna l’inizio; netto ed inequivocabile: “Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque, c'è un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti. Un mare di parole, ma parlan più che altro i deficienti”. Bastano queste citazioni, semmai fosse necessario, e non lo è, a chiarire la doverosa urgenza di non dimenticare mai Gaber. Anzi, di sceglierlo sempre come un prezioso compagno di viaggio, nei confusi giorni di oggi. Anche in quest’adattamento teatrale che Gallione, ha definito “insieme spudorato e inevitabile”. Il Grigio, poi, è lì a ricordarci che è “una parte che abbiamo tutti in qualche modo dentro di noi”, per dirla con le parole di Elio.

IL GRIGIO
di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
rielaborazione drammaturgica e regia Giorgio Gallione
con Elio
arrangiamenti musicali Paolo Silvestri
scene e costumi Guido Fiorato
luci Aldo Mantovani
produzione Teatro Nazionale Genova
in collaborazione con Fondazione Giorgio Gaber
durata 1 ora e 25 minuti senza intervallo

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