La Storia impietosamente, malgrado costanti e continui distinguo e tentativi revisionistici ci ha raccontato di quel lungo periodo di connivenza con il fascismo, fatto di tante, troppe, teste abbassate (o voltate da un'altra parte), di complicità in massacri senza senso (e quando mai lo hanno?) e mancanza di preveggenza politica, il tutto in nome di una "corona".
Il monologo di Alessandro Blasioli riporta alla memoria delle sale teatrali l'ultimo atto di dispregio della dignità politica di Vittorio Emanuele III e della sua corte di generali e notabili al seguito: la lunga carovana di auto, circa 40, che da Roma si allontanava alla chetichella, prima dell'alba del 9 settembre, verso l'Abruzzo, a seguito dell'annuncio dell'Armistizio di Cassibile - firmato in gran segreto il 3 settembre 1943, ma reso noto solamente nel pomeriggio del giorno 8 - con cui il Regno d'Italia a guida (sulla carta) dei Savoia dichiarava cessate le ostilità contro gli Alleati, ma senza far capire a nessuno cosa si dovesse fare da quel momento in poi. Per gli americani si trattava di una "resa incondizionata", ma il proclama letto in radio da Pietro Badoglio (nominato capo del governo dopo la destituzione di Benito Mussolini) utilizzava la parola "armistizio", ma soprattutto proseguiva spiegando che "ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". Ossia? Con "altra provenienza" si intendevano i tedeschi? gli alieni? o chi altri?
Venne dichiarato, per giustificare la "fuga" dalla Capitale (che si avviava così alla durissima occupazione da parte delle truppe tedesche, ma soprattutto della Gestapo), che era necessario mettere al riparo da eventuali contromisure la più alta carica del "regno", che era fondamentale salvare il "re", visto che con ogni probabilità i tedeschi non avrebbero molto gradito l'improvviso voltafaccia (leggi tradimento), anche se più o meno era già atteso. Ci chiediamo il motivo per cui, però, il ripiegamento tattico avesse bisogno di così tanti militari, membri del governo e collaterali al seguito, con le divise che improvvisamente scomparivano (come quella del maresciallo d'Italia Badoglio). Altra domanda il motivo per cui l'annuncio italiano fosse stato diffuso in radio ore dopo la prima comunicazione del Generale Eisenhower, quando oramai tutti - specialmente i nazisti - erano oramai a conoscenza della resa e da protettori e cobelligeranti si sarebbero trasformati, in poche ore, in disperati (e senza tanti scrupoli) occupanti.
Con il linguaggio e le capacità del teatrante, ma attenendosi rigorosamente al migliore dei copioni possibili, la storia, Blasioli dà voce con un buon brio a tutti i personaggi che hanno avuto "una parte" nella più importante e incomprensibile strage del XX secolo, fatta - se analizziamo il comportamento morale e politico di Casa Savoia - di decisioni mai prese, di paure mai affrontate, di concessioni alla follia fascista senza mai volerne comprendere il reale e più tragico significato. Un re dalla corona troppo pesante, più avvezzo alla battuta di caccia al cinghiale che alla politica, nazionale e internazionale, vittima in primis di sé stesso e della propria ambizione, del timore di una guerra civile, ma soprattutto della perdita del regno (semplicemente rimandata e al prezzo di milioni di morti), una figura, quella di "Vittorino", che esce completamente schiacciata dal confronto con il "cinghialone nero", a sua volta affascinato e ostaggio dell'alleato germanico, definito nel corso dello spettacolo "pazzo schizofrenico pervertito tedesco".
Rapidamente l'autore/attore riconsegna al giudizio non solo dello spettatore i significativi e fondamentali "non" atti di Vittorino aka Sciaboletta (per via della sciabola di rappresentanza accorciata per non strusciare a terra, dopotutto l'uomo era alto solo 153 cm, 12 in meno di Mussolini): la mancata resistenza alla marcia su Roma, quando sarebbe stato più semplice fermarla militarmente, mettendo fine sul nascere alla presa di potere, firmando lo stato d'assedio; l'inerzia a seguito del rapimento e l'omicidio di Giacomo Matteotti; la promulgazione delle leggi "fascistissime" prima e delle ripugnanti leggi razziali poi; l'entrata in guerra nel 1940, quando occorreva qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace; il rovesciamento di campo iniziato con l'ordine del giorno Grandi e l'arresto di Mussolini. A tutto questo ci permettiamo di aggiungere la responsibilità - ovviamente politica - dei tanti morti civili a seguito del durissimo governo della Capitale da parte dei nazisti e dell'infamante, da lì e per i secoli a venire, rastrellamento del Ghetto di Roma.
Paradossalmente la pièce prende spesso la strada dell'ironia, godibilissimi i pochi minuti del monologo tutti in rima e in "etta" (goletta / sciaboletta / baionetta), sovrapponendo così la leggerezza alla tragedia, ma non facendo sconti (e non se ne devono fare) a chi in un momento simile si preoccupava solamente della propria salvaguardia e del proprio benessere, rinnegando (in buona compagnia) le responsabilità di un ventennio che alcuni ancora si ostinano a magnificare, accampando puerili giustificazioni. Evidentemente non hanno mai aperto un libro di storia nella loro vita. Come sempre il gesto culturale non ha altro compito se non quello di far aprire gli occhi sulla realtà, ma c'è e ci sarà sempre chi ostinatamente continuerà a tenerli chiusi.
SCIABOLETTA
la piccola storia di un piccolo re
di Alessandro Blasioli
interpretazione e regia Alessandro Blasioli
luci Fausto Tinelli | scenotecnica Fabrizio Bellacosa
costumi Lorenzo Martinelli e Alessio Cherubini
riconoscimenti Premio Giurie Direction Under 30 - 2018 Teatro Sociale Gualtieri e Miglior Testo Festival ShortLab 2018
produzione Alessandro Blasioli e Florian Metateatro
durata un atto unico di circa 60 minuti








