Storie di spie (recensione)

Quando le storie di spie si spostano in teatro, è possibile che il vodka martini si trasformi in un bicchiere di vino

una scena di storie di spie
m&s - Fabrizio Bordignon, Martina Gatto, Germano Rubbi (foto © media & sipario)

Foglia Tremante, la geisha inginocchiata davanti a James Bond, si protese a baciarlo castamente sulla guancia destra. "E' una truffa", protestò vivacemente Bond (incipit di "You Only Live Twice", Ian Fleming, 1964)

Nel nostro immaginario, ovviamente aiutato da numerosi romanzi e da 25 film, la vita della spia corrisponde inevitabilmente al canone ufficiale di James Bond 007, l'agente (molto poco) segreto al servizio di Sua Maestà, che ci tiene compagnia, con il suo smoking perfettamente indossato e l'Aston Martin grigia, dal 1953, anno di prima pubblicazione di "Casino Royale". Un uomo duro e costantemente armato, praticamente indistruttibile, ma comunque sempre dalla parte del "bene", costi quel che costi. Viene descritto un mondo affascinante, di grande ricchezza, costellato di stupende Bond Girls, con luoghi esotici e mai scontati e una rigida contrapposizione tra l'agente segreto e il villain di turno. Sono poche le ombre nascoste nei comportamenti del MI6, il servizio segreto britannico nel quale James Bond presta servizio, appena sfiorate dalla caratterizzazione di Judy Dench (M dal 1997 al 2007) in "The World Is Not Enough", ma soprattutto in "Skyfall". E invece la storia, contemporanea e non, ci insegna altro, basti pensare - per fare un unico esempio - al ruolo della C.I.A. (il servizio di intelligence degli Stati Uniti) nel sistematico mantenimento della "libertà" dal comunismo in alcuni stati dell'America del Sud.

"Storie di spie", il racconto teatrale, attraverso tre diversi esempi ci offre un quadro più realistico del mestiere della spia nel XX secolo. Introdotti e raccordati dalla "voce esterna" (Paolo Pinelli) veniamo quindi a contatto con tre diverse modalità di mettersi al servizio del proprio paese, con un sistema che il racconto teatrale non giudica, ma si limita a far conoscere, lasciando allo spettatore la possibilità di trarre - se vorrà - le sue considerazioni, tenendo anche presente che i tre personaggi rappresentati sono realmente esistiti e le loro vicende sono facilmente rintracciabili in Rete, in alcuni libri e anche attraverso qualche esempio cinematografico, quindi di più semplice fruizione.

La prima spia è Fritz Kolbe (Fabrizio Bordignon), un diplomatico tedesco, orgoglioso del proprio paese, ma avverso al regime di Hitler, convinto che l'unica maniera per poter porre fine alla follia della Seconda Guerra Mondiale, visti i fallimenti degli attentati contro il Fuhrer, sia mettersi al servizio degli Alleati e passare loro preziose informazioni. Da qui la scelta di "tradire" la propria nazione per non tradire l'umanità. E' già chiaro che questo gesto nobilissimo e di grande responsabilità costerà molto a Kolbe, ma è altrettanto chiaro che nella vita bisogna sempre scegliere dove schierarsi e quante vite salvare. La storiografia ci ha poi consegnato i numeri effettivi di quella grande follia, ma anche l'amarezza di "Odessa", e il nostro riferimento non è solamente al pregevole romanzo di Frederick Forsyth.

Valerie Plame (Martina Gatto) è invece una vera e propria spia moderna (nulla a che fare con le atmosfere del divertente "True Lies" di James Cameron, 1994), visto che si tratta di una agente della Central Intelligence Agency, anzi di una ex agente, scaricata dalla sua agenzia a causa di un editoriale del New York Times che smaschera l'inesistenza delle "armi di distruzione di massa" in Iraq. Mamma di due bambini, aspetto sofisticato da spia televisiva degli anni '60 (ci ha molto ricordato la Emma Peel interpretata da Diana Rigg), Valerie Plame è l'emblema del "funzionario" contemporaneo, i cui gesti provocano una profonda ripercussione sulla storia che stiamo vivendo oggi, ma che noi siamo immediatamente disponibili a dimenticare, ritenendo che quanto succede a poche migliaia di distanza dalle nostre case non ci riguardi: niente di più drammaticamente sbagliato!

Il terzo ed ultimo racconto, il più corposo dell'atto unico di Alberto Bassetti e Germano Rubbi (da un'idea di Carlo Emilio Lerici) torna indietro nel tempo e ci porta nell'Italia del secondo dopoguerra, al 1956, al SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate) e ai suoi segretissimi "dossier". In un lungo periodo molto delicato per l'intera umanità, già divisa in due assurdi blocchi e sotto la minaccia di una guerra che da fredda potesse diventare in poco molto calda (le testate nucleari "erano" minacciosamente puntate su Washington e Mosca), assistiamo con molto amaro in bocca alle vicende di una misteriosa spia militare (Germano Rubbi), in grado di assumere le più svariate identità, di sbarazzarsi di ipotetici nemici con grande naturalezza e incline a non arretrare di fronte a nulla, omicidio o strage che fosse. E' questo l'episodio più duro e più amaro, perché ci riguarda direttamente e perché fa parte di quel "muro di gomma" contro cui troppo spesso ci siamo imbattuti, con domande destinate a rimanere senza risposta e "giustizia" destinata a non essere mai applicata, se non troppo tardivamente, quando chi avrebbe dovuto pagare per i propri comportamenti ha invece ricevuto un assurdo premio oppure si è genuflesso "nell'ora dell'addio" (cit.).

Il testo sceglie di mettere in scena "semplicemente" la storia, affidandosi ad una recitazione più che corretta e doverosamente asciutta, in modo da lasciare più spazio possibile al testo. Sbilanciato nei tempi verso l'episodio di chiusura tutto italiano, la pièce ha comunque una sua piacevole linea in progressione, alternando la delicatezza del primo messaggio (la spia tedesca per necessità e non priva di sensi di colpa), al ricordo più recente (la Seconda Guerra del Golfo, così recente e così dimenticata), per concludersi con il periodo più "nero" della nostra Repubblica. Il buon teatro si fa storia e si sostituisce ai libri, riuscendo allo stesso tempo a dare spunti culturali ed educativi. La storia si assoggetta volentieri a diventare racconto teatrale, consegnandosi nella sua essenzialità, perché "la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano" (cit.). A noi non resta che assistere, applaudire il mestiere del teatrante e ringraziare per averci consegnata un'occasione di ricordo o di fondamentale riscoperta. La buona informazione si fa sempre di più da un palcoscenico, è un dato di fatto.

STORIE DI SPIE
da un’idea di Carlo Emilio Lerici
testi di Alberto Bassetti e Germano Rubbi
con Fabrizio Bordignon, Martina Gatto, Paolo Pinelli, Germano Rubbi
aiuto regia Gabriela Carmen Marin
musiche Francesco Verdinelli
regia Germano Rubbi
produzione Associazione “Magazzini Artistici” in collaborazione con Teatro Belli di Roma
durata un atto unico da 65 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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