Un padre e un figlio, un rapporto speciale spezzato bruscamente dalla morte del più giovane per un malaugurato incidente in moto e un legame capace di andare oltre il reale, generando imprevedibili conseguenze. Sintetizzando potrebbe essere questa la descrizione del testo firmato da Antonio Grosso e affidato alla regia di Paolo Triestino.
“Papà mi senti?” è la domanda che nessuno si aspetterebbe, ma quando Giuseppe (Antonio Grosso) ricompare inspiegabilmente nella casa del padre (Gennaro Cannavacciuolo), dopo l’incredulità iniziale tutto diventa più familiare e quello che sembrava impossibile diventa una particolare continuazione, assurda ma reale, della loro vita precedentemente condotta. I ricordi dei due diventano l’occasione per brevi chiacchierate, condite da emozioni, risate, ma anche da piccole confessioni. Una situazione improbabile, forse, ma in fondo ai due non importa: si sono ritrovati ed è solamente questo che importa.
Ad interrompere puntualmente la loro nuova ed insolita quotidianità sono Alfredo (Enzo Casertano) e Marco (Antonello Pascale), padre e figlio del piano di sopra e vecchi amici che, dopo il tragico evento, preoccupati per lo stato d’animo del vicino, cercano di prendersene cura. Poiché nessuno può vedere Giuseppe, e solo il padre può sentirlo, nasceranno momenti comici e di grande ilarità, soprattutto quando in casa si presenterà Sara (Roberta Azzarone), la fidanzata “sconosciuta” che vuole conoscere la famiglia e condividere così i bei momenti trascorsi con l’amore appena perduto. Anche Sara è e rimane ovviamente all'oscuro della nuova anormale normalità. A scompaginare le carte - già abbastanza sparagliate - ci si mettono anche i problemi economici, che il giovane Giuseppe, morto ma mai così vitale e propositivo, cerca di risolvere con l'aiuto insperato e provvidenziale di ogni italiano: la giocata sportiva, con il Napoli vincente sulla Juventus, con la partita giocata sul campo ostile di Torino. Il filo dell'esistenza futura del nucleo familiare allargato passa dalle proprie mani ai piedi dei 22 calciatori impegnati nella difficilissima (per il Napoli) competizione. Ma da che mondo è mondo, specialmente nella scaramantica provincia campana i suggerimenti dei morti vanno seguiti, non sia mai e non sia mai che si sbaglino. San Gennaro non lo permetterebbe mai.
Uno spettacolo che diverte, ma in fin dei conti resta legato alla sua intima drammaticità, come suggerisce il finale sicuramente inaspettato, che ovviamente non riveliamo, perché l’amore per un figlio può rivelarsi più forte di qualsiasi cosa, anche della vita. Poesia e sentimento si affiancano alle risate suscitate dal cast artistico, che non incontra - anche per nascita - la minima difficoltà nell'utilizzo della lingua napoletana. Una recitazione a tratti caotica a tratti ordinata, resa maggiormente funzionale dal dialetto, comunque sempre comprensibile. Significativa importanza nella curata scena (di Alessandra Ricci) assumono i trenini costruiti per lavoro dal padre di Giuseppe (la cui presenza viene sottolineata più volte anche dal caratteristico suono in sottofondo) e che metaforicamente potrebbero rappresentare la vita come un viaggio, pieno di fermate provvisorie o definitive. Ad ogni fermata un'incognita o una sorpresa, a volte in orario e a volte in ritardo, ma sempre puntuale con la vita.
L'INVISIBILE CHE C'È
di Antonio Grosso
regia Paolo Triestino
con Antonio Grosso, Gennaro Cannavacciuolo, Enzo Casertano, Antonello Pascale
e con Roberta Azzarone
scene Alessandra Ricci
luci Luigi Ascione
costumi Adelia Apostolico
aiuto regia Francesco Stella
progetto Gianpiero Fontana









