Il popolare attore romano è autore (assieme a Paola Tiziana Cruciani e Roberto Corradi) e interprete (con Jacqueline Maria Ferry) di un indiano molto metropolitano, ma ancora di più capitolino.
Quando il sipario della sala scorre rivelando il palcoscenico, Rodolfo Laganà è al centro della scena, parzialmente abbigliato da capo indiano, indossa una giacca con frange ed un classico copricapo di penne. E' comunque (visto che la romanità non è solo indossata, ma soprattutto vissuta) una sorta di "cugino" americano, quello che non si bagna nel Tevere, ma nel Bighorn. Contestualizzato il "costume" di scena, per il resto dello spettacolo il protagonista non deve nemmeno faticare troppo per dimostrarci che le analogie tra romano e pellirosse ci sono tutte, dopotutto cosa c'è di così diverso tra l'espressione "aho" e quella sdoganata da mille western "augh"? E a pensarci bene "fare l'indiano" è quantomai adatto e adattabile ad ogni romano che si rispetti. E non solo a lui.
Partendo da questo gioco teatrale dei sinonimi e contrari etnici, Rodolfo Laganà racconta - con la complicità canora di Jacqueline Maria Ferry - la romanità di oggi che diventa "indianità". A ben pensare non si tratta solo del romano contemporaneo, perché l'indolenza capitolina è sicuramente famosa, tanto da perdersi nella notte dei tempi, così come la provebiale esagerazione, i tanti vizi e le poche virtù di un popolo che comunque vada risulta insindacabilmente simpatico - la sua più grande forza - ed è in virtù di questa bonaria cialtronaggine che riesce a farsi perdonare tutto o quasi (pensiamo ai personaggi di Alberto Sordi, per fare un esempio).
Ma elencando i tanti difetti, riscontrati e riscontrabili, è possibile che gli stessi possano non appartenere al solo capitolino, ma più genericamente a molti di più, anche se vivono molto lontani dal Grande Raccordo Anulare? La risposta è un convinto sì, perché i comportamenti "scorretti" non sono appannaggio dei soli capitolini, ma sono solidamente posseduti anche da tanti altri, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia, anche se il romano non ammetterà mai che anche in questo non può essere il primo.
L'indiano romano finge di non capire, finge per non assumersi responsabilità, finge per non trovarsi nei guai, finge e basta, perché è perfettamente consapevole che "E’ proprio quando abbiamo capito bene che facciamo finta de non capì”. Il non capire diventa così uno perfetta barriera contro tutti e contro tutto, che consente al Toro Sedato di turno di potersi adagiare nella propria isola di tranquillità, nel micro-mondo che si è costruito a sua immagine, un riparo all'ombra del "Cuppolone" dove può vivere non bene, ma benissimo, osservando sornione (Romeo, er mejo gatto del Colosseo) gli altri che lo circondano. “Noi a Roma è una vita che facciamo finta de nun capi’… abbiamo cominciato a ffa’ gli indiani ancora prima che li scoprissero, gli indiani!!!"
Come sempre succede, quando si mettono alla berlina i comportamenti altrui, siamo portati a sorridere, ma solamente perché evitiamo accuratamente di riconoscerci in quei piccoli e grandi soprusi che in ogni caso siamo portati - anche inconsciamente - a commettere, in alcuni casi per sopravvivenza necessaria, in altri per adattabilità piena a quell'arte di arrangiarsi che non ci si venga a dire sia squisitamente romana e non più compiutamente italica, nucleo centrale del nostro DNA.
"Indiani non ci si improvvisa, ci si nasce e poi ci si specializza nel tempo fino ad arrivare a livelli di professionismo capaci di rappresentare una vera e propria filosofia di vita", leggiamo nelle note che hanno accompagnato la comunicazione legata allo spettacolo. Di conseguenza, non possiamo che tributare il nostro riconoscimento - anche ammirato - al prof. Rodolfo Laganà, esimio etologo, che in circa 90 minuti di monologo e canzoni ci ha dimostrato quanto tra i due diversi popoli ci sia piena comunanza. Di intenti sicuramente. Se prima potevamo avere dei dubbi, ora ne siamo convinti. La sua tesi è dimostrata. Parola di Toro Sedato, augh! Anzi, no. Aho!
Teatro 7
presenta
TORO SEDATO
di Rodolfo Laganà, Paola Tiziana Cruciani e Roberto Corradi
con Rodolfo Laganà
e con Jacqueline Maria Ferry
durata circa 90 minuti









