Edificio 3. Storia di un intento assurdo (recensione)

Un "complesso" allestimento per riuscire a portare in scena la "complessità" delle relazioni umane

immagine di un gruppo di attori in scena
m&s - Edificio 3. Storia di un intento assurdo (foto © Masiar Pasquali)

Come amiamo ripetere spesso, ci troviamo sovente di fronte a figli o nipoti di "Impiegati", delizioso film di Pupi Avati, ingiustamente scomparso troppo presto (unica giustificazione plausibile la difficoltà di riproposizione negli anni successivi di un'opera saldamente ancorata al 1985). Nel film, come in quest'opera teatrale di Claudio Tolcachir (premio Ubu 2017), si mette al centro dell'azione scenica un piccolo agglomerato umano, intotale cinque, accumunato dallo stesso lavoro e dalla condivisione degli spazi in un ufficio per tre di loro, mentre gli altri due sono una giovane coppia in crisi.

Cinque diverse caratterizzazioni di cinque diverse esistenze, cinque anime sconosciute a loro stesse e agli altri, come spesso succede a un dipendente del pubblico impiego, utile e fondamentale solo fino all'esecuzione di una pratica, prima di tornare nel proprio e altrui oblio, o alla coppia che abita nel condominio, che si incrocia in ascensore o sulle scale e della quale si ignorano anche i nomi.

L'open space lavorativo che viene condiviso non ha nulla di particolare, non è arredato con gusto, non presenta particolari aspetti di design che consentano di passarci ore anche in serenità (evidentemente nessun dirigente della loro struttura ha preso esempio da Google o altre realtà simili); si va in ufficio per le ore che servono, e non un minuto in più, stando bene attenti a non regalare nulla al troppo esigente datore di lavoro, che non si conosce (perché entità astratta) e che probabilmente non si conoscerà mai. La stanza sembra quasi in dismissione, c'è poco da fare e non funziona nemmeno più la macchinetta del caffé: i tre dipendenti sembrano quasi abbandonati. Conosciamo Sandra (Giorgia Senesi) e la sua aspirazione - finora senza successo - alla maternità, simboleggiate dalle estenuanti visite mediche cui si sottopone;  Ettore (Rosario Lisma) è un cinquantenne, ha da poco perso la madre e non riesce a costruisi una sua esistenza; Monica (Valentina Picello), non sapendo vivere la propria vita, si infila in quelle altrui. Il secondo scenario è quello più intimo, abitato dalla coppia in crisi: da una parte Manuel (Emanuele Turetta) e dall'altra Sofia (Stella Piccioni). Lui non è ancora in grado di vedersi e comportarsi da adulto, lei - come spesso succede - è invece consapevole di chi è e di cosa vuole dal fragile rapporto sentimentale con il compagno.

Le due storie si incrociano sulla strada della vita, come se fossero disegnate su un vecchio pannello esplicativo della scuola guida dei tempi andati. Ci sono incroci con stop, con dare precedenza, con ogni genere di difficoltà su chi debba passare prima e chi dopo e ammettiamo di esserci stupiti di fronte alla maestria dell'istruttore Tolcachir, in grado di stabilire perfettamente e senza la minima indecisione a chi spetti passare prima o dopo. L'arte dell'incrociazione (cit.) diventa arte scenica e costituisce il punto più pregevole di un racconto di cinque anime tanto sensibili quando riflesse su sé stesse, quanto indifferenti quando la precedenza spetta ad altri.

EDIFICIO 3
STORIA DI UN INTENTO ASSURDO
scritto e diretto da Claudio Tolcachir
traduzione Rosaria Ruffini
con (in ordine alfabetico) Rosario Lisma, Stella Piccioni, Valentina Picello, Giorgia Senesi, Emanuele Turetta
luci Claudio De Pace
costumi Giada Masi
foto Masiar Pasquali
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, 
Carnezzeria srls, Timbre 4 in collaborazione con Aldo Miguel Grompone
durata un atto unico di 65 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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