Siamo partiti dai versi di Claudio Lolli (Aspettando Godot, 1972), per tornare nella casa naturale di questa mastodontica e difficile opera di Samuel Beckett, il teatro, che non ha deluso le "attese" del "protagonista assente", riservando alla replica della probabilmente più celebre opera dell'assurdo il tutto esaurito. E Godot - a sua volta - non ha sicuramente deluso le "aspettative" del pubblico, raggiungendo sul palco Estragone, Gogo e Vladimiro, Didi, invece di farsi attendere.
E' forse questo il successo di questa pièce, emblema di quel teatro dell'assurdo che solo in Beckett trova la compiutezza nell'incompiuto. Nei due atti, nei quali il tempo pare immobile eppure scorre, l'uno simile all'altro, ma diversi nei dialoghi, si "inganna il tempo", aspettando qualcuno (o qualcosa) che dovrebbe cambiare una situazione statica e che forse, nel proprio intimo, si sa che non arriverà e che comunque si aspetta lo stesso. Ma perché allora si attende?
In realtà ciò che importa nel testo di Beckett non è capire cosa si aspetta, ma comprendere cosa significhi l'attesa. Di cosa? Di chi? Tante sono state le interpretazioni che nel tempo sono state date al testo e alle quali l'autore non ha mai voluto dare risposta. E' il concetto del movimento nell'immobilità che percorre tutta l'opera, quasi a voler rileggere i versi di Gibran: "Se resto qui, c’è un andare nel mio restare; Se vado là, c’è un restare nel mio andare. Solo l’amore e la morte cambiano ogni cosa”. Un'immobilità, quella di Didi e Gogo, nella quale però accadono molte cose con citazioni che abbracciano Charlie Chaplin, Stanlio e Olio e Buster Keaton, nelle clownerie e nelle gag.
Ottima la performance di tutti gli attori: Antonio Salines (Estragone) e Luciano Virgilio (Vladimiro) hanno saputo mantenere costante il senso di attesa per tutte e due gli atti, coadiuvati da Edoardo Siravo nei panni di un Pozzo che strizza l'occhio (anche grazie al costume) al Mangiafoco, burattinaio di Pinocchio. D'altra parte Pozzo "manipola" per un certo periodo di tempo sia Didi che Gogo, aiutandoli ad attendere e spezzando la monotonia, e soprattutto tiene legato a sé Lucky, come un animale, o un burattino. Un Lucky - Enrico Bonavera - dall'eccellente interpretazione dimostrata soprattutto nel "pensare".
Un'opera puntuale, sotto la regia di Maurizio Scaparro, che lascia ovviamente senza risposta l'interrogativo che tutti si pongono: Chi è Godot? Dio? Semplicemente lo scorrere del tempo, l'attesa che arrivi la sera, poi la notte, poi il giorno successivo a quello che stiamo vivendo? O quel "qualcosa" che tutti noi attendiamo, al quale nessuno di noi sa dare un nome, sperando di riconoscerlo nel momento stesso nel quale arriverà? Ma poi, l'uomo sarà in grado di riconoscerlo?
D'altra parte, come dice lo stesso Beckett, attraverso una battuta di Didi "(...) Strano l'uomo (Quando ha male al piede). Si lamenta della scarpa invece di lamentarsi del piede (...)". E chi siamo noi, ma anche molti altri, per poterci permettere di contraddire Beckett?
ASPETTANDO GODOT
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Maurizio Scaparro
con Antonio Salines, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo
e con Enrico Bonavera
e con Michele Degirolamo (Ragazzo)
scene Francesco Bottai
costumi Lorenzo Cutùli
produzione Teatro Carcano - Centro d'Arte Contemporanea
durata 1 ora e 40 escluso intervallo









