Amos Oz è uno scrittore e saggista israeliano, di conseguenza persona più che informata di quanto successo, di quanto succede e, purtroppo, continuerà a succedere in medio oriente, nell'indifferenza del resto del mondo che si divide tra chi si indigna (vuoi a favore di uno o dell'altro contendente) e chi invece partecipa alle ostilità (rivolte contro uno o contro l'altro). Amos Oz è uomo di cultura e come tale è inascoltato, perché non parla alla pancia, ma alla ragione.
Il conflitto in Medio Oriente tra palestinesi e israeliani non è da imputarsi, come dicono certi razzisti, alla mentalità araba. Assolutamente no. Ha invece a che fare con l'antica lotta fra fanatismo e pragmatismo. Fra fanatismo e pluralismo. Fra fanatismo e tolleranza. Basta una, magari non condivisibile (ma dovrebbero almeno spiegarcene il motivo) affermazione, perché si venga immediatamente tacciati di complicità con i terroristi e si venga estromessi dalla società, quella che ascolta la pancia, forse gli intestini, e che non è disposta a fermarsi per ascoltare anche la ragione. Invece ci vorrebbe molto poco (sulla carta, ovviamente), basterebbe isolare i fanatici, da una parte o dall'altra (perché non sono mai così perfettamente riconoscibili) e una volta isolati impiegare tanto, ma proprio tanto tempo e pazienza per fare in modo che il ragionamento riprenda il sopravvento. Difficile? Probabilmente impossibile.
Assistiamo a una mente lucida che si trova costretta a difendere il ragionamento, reso ancora più complesso dalle "soluzioni" che i suoi vari interlocutori (gli uomini sempre interpretati da Daniele Salvo, le donne da Melania Giglio) vogliono non solo proporre, ma affermare come verità assoluta, con una logica da "ne resterà soltanto uno" che va bene solo se è un film con Sean Connery come coprotagonista e con le musiche dei Queen. Diversamente dalla finzione cinematografica, ogni soluzione estrema non può che portare a una conseguenza ugualmente estrema, a meno che non si voglia mettere in discussione anche il principio di causalità.
Il tentativo di conciliazione affonda nei ricordi del personaggio tornato bambino: I cristiani credono che il Messia sia già venuto e che un giorno ritornerà. Gli ebrei sostengono che il Messia debba ancora venire. Ma non sarebbe molto più semplice attendere e verificare? Se il Messia arriva e saluta con "è bello rivedervi" hanno ragione i cristiani; se invece saluta con "piacere di conoscervi", hanno ragione gli ebrei. Chi era in torto chiede scusa all'altro e la questione è chiusa. Si può tornare in pace, tutti. Fosse così facile. La soluzione è talmente bambinesca che per funzionare avrebbe bisogno di una, anzi di tutte, società guidata dai bambini, prima che gli stessi diventino adulti e di conseguenza inizino a odiarsi l'uno contro l'altro.
L'alternativa che viene consegnata al pubblico affonda nel mondo della cultura, dobbiamo aspirare a un finale alla Cechov o alla Shakespeare? La spiegazione è presto detta: con un finale alla Shakespeare, il palcoscenico sarebbe cosparso di cadaveri. Invece con un finale alla Cechov, i personaggi restano frustati, scontenti, insoddisfatti, con il cuore a pezzi, ma vivi. E se invece si preferisse un più semplice divorzio consensuale, mantenendo la stessa casa? Molte "coppie" lo hanno fatto e lo fanno senza grandi problemi. Dopotutto separate le camere da letto, il bagno e la cucina possono essere utilizzati in due, basta organizzarsi e comprare due televisori, così non ci deve nemmeno dividere il telecomando.
TERRA DI CONFINE
Viaggio in terra di Israele e Palestina
da Amos Oz
con Alfonso Veneroso, Daniele Salvo e Melania Giglio
regia Daniele Salvo
atto unico









