L'effetto che fa (recensione)

L'effetto che fa, scritto e diretto da Giovanni Franci: quando cronaca e realtà sovrastano drammaticamente la finzione scenica

Valerio Di Benedetto
m&s - Valerio Di Benedetto è Manuel (foto © media & sipario)

Si fatica, molto, a rimanere ancorati a quello che si sta vedendo, quando uno "spettacolo" mette in scena la cronaca nera. Diventa addirittura difficile applaudire nel dubbio di disturbare lo spettacolo o mancare di rispetto a chi - quella vicenda - l'ha realmente e dolorosamente vissuta.

Una scelta coraggiosa (vista da fuori potrebbe sembrare incosciente o - peggio - opportunista) quella operata da Giovanni Franci, nella sua duplice veste di autore e regista de "L'effetto che fa", drammaturgia realizzata su di un delitto truce e incomprensibile (ma quando mai il sangue versato lo è?), avvenuto in un appartamento della Capitale nel 2016. Una brutta storia recentemente riportata in scena, per la seconda volta, sempre a Roma.

Non è semplice per la finzione teatrale occuparsi di cronaca così recente, specialmente quando non si porta sul palco una commedia ma una tragedia, che ha lasciato dietro di sé morte (un omicidio e un suicidio) e tre famiglie distrutte. Bisogna muoversi con estrema delicatezza perché le ferite sono ancora molto fresche, ma è anche probabile (forse certo) che non si rimargineranno mai. Serve a poco farsi domande o trovare risposte: i morti non torneranno indietro per questo.

La scena si apre con Luca (Riccardo Pieretti) che racconta quanto gli è accaduto, con pacatezza, tanto oramai si può fare poco, anzi nulla. Indossa jeans e una camicia bianca, un bel viso "pulito", come molti della sua età. Ha 22 anni, non ha completato gli studi, una fidanzata e un lavoro. Vive appena fuori Roma, in uno quei quartieri periferici grandi quanto una città, di quelli tanto distanti dal centro, così grande e così distante che sicuramente alcuni suoi abitanti non hanno mai visto, per esempio, San Pietro o il Colosseo. Ha un'unica colpa, quella di aver risposto ad un messaggio telefonico di Manuel (Valerio Di Benedetto) e Marco (Fabio Vasco). Il giovane non sa che i due hanno inviato l'invito ad altre 22 persone, dopo essersi sbarazzati nel corso della loro "ricerca" di due possibili - ma troppo complicate da gestire - "vittime", non sa che hanno in testa l'assurda determinazione di trovare qualcuno da drogare e poi seviziare, per vedere "l'effetto che fa".

Manuel ha 29 anni, è uno studente universitario fuoricorso, vive in una casa di proprietà (nello stesso palazzo vive anche la madre) al quartiere Collatino, si dichiara più e più volte eterosessuale, come se questo suo orientamento, ribadito pubblicamente e riaffermato dal padre, sia così importante. Lo sguardo intenso, combinato con le bretelle che indossa, richiamano alla mente Alex di "Arancia Meccanica" (di Stanley Kubrick, 1971). Marco, invece, è laureato, ha 30 anni, organizza eventi ed ha una passione viscerale per la cantante Dalida. Si presenta in scena con décolleté viola, parrucca e rossetto. Ma anche questo outfit è poca cosa. Luca, forse, è stato attratto nell'appartamento per fare sesso a pagamento o per vendere droga. Ma queste, come altre ipotesi, non hanno la minima importanza, semplicemente perché Luca, una volta risposto al messaggio e raggiunti i due nell'appartamento di Manuel, non ne uscirà vivo. Questo solo è veramente importante. Come lo è il suicidio in carcere di Marco e la condanna di Manuel a 30 anni di carcere, sentenza confermata anche in appello. (fonte: il Fatto Quotidiano)

Voler realizzare una pièce del genere pone tutta una serie di difficoltà, gli attori sono chiamati ad un compito sicuramente difficile, dovendosi mettere completamente al servizio di un "copione" costretto ad impattare con la ricostruzione investigativa e con le carte processuali, non c'è spazio per scrivere, inventare e fare poesia, si devono "elencare fatti", nella maniera più asettica possibile. Non c'è posto per nuove battute, così come non c'è spazio per l'applauso, che sembrerebbe veramente fuori luogo. Provando a guardare solo all'opera teatrale è fuori di dubbio che i tre protagonisti siano riusciti nel loro compito, andando costantemente in sottrazione, senza mai perdere il controllo. Difficile per loro, a termine spettacolo, lasciare il personaggio e tornare se stessi, interpreti per un breve periodo di vite (e morti) altrui. Impossibile emettere giudizi di merito su vicenda e personaggi, anche marginali, per farlo bisognerebbe trovarsi nelle medesime condizioni e poi capire "ma io cosa avrei detto? e cosa avrei fatto?". Altre domande destinate a non avere risposte.

"Che motivo c'è per raccontare una storia del genere", è una delle battute iniziali della messa in scena, usciamo dalla sala continuando a chiederci se era necessario presentarla al pubblico, se non sarebbe stato preferibile rispettare il dolore di chi è rimasto con il silenzio, non consegnando alla nostra attenzione, anche di spettatori, un dramma così devastante. Riconosciamo che la domanda è abbastanza inutile, l'ennesima, ma a giudicare da quanto riportato da certa "stampa", dalle troppe illazioni e congetture e da alcuni sciacallaggi anche pseudo-politici, forse è un bene che sia stato il Teatro a raccontare gli ultimi attimi del povero Luca, almeno chi è stato presente in sala sa che la "cattiveria umana" sia solo scenica e che ha come unica durata quella che va da apertura a chiusura del sipario. In teatro c'è il suo rassegnato sorriso, fuori è tutta un'altra storia.

Luciano Lattanzi

L'EFFETTO CHE FA
di Giovanni Franci
con Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco
regia Giovanni Franci
elaborazioni digitali Nuvole Rapide Produzioni
assistente Fabio del Frate
voce off Alessia Innocenti
durata poco più di un'ora, senza intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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