Cinque donne del sud (recensione)

Delicato racconto di Francesca Zanni su cinque intense caratterizzazioni al femminile interpretate da Beatrice Fazi

Beatrice Fazi in scena
m&s - Beatrice Fazi in scena (foto © media & sipario)

In alcuni casi è difficile raccontare le vicende cui si assiste dalla platea di una sala teatrale, senza provare un minimo di imbarazzo per il veritiero e asciutto pensiero maschile descritto attraverso le parole delle cinque diverse protagoniste, tutte racchiuse in una stessa performer. Ma attenzione a non cadere in equivoci: vedendo questo spettacolo non si assiste ad una prova di femminismo teatrale, ma "solamente" ad una eccellente prova teatrale: il pubblico ha giustamente salutato Beatrice Fazi con una standing ovation al termine, non potendo farlo anche con l'autrice/regista (solo perché assente). Il racconto è dei fatti, nulla mettendo di più. Anche la scenografia è volutamente assente. Non serve molto ad una donna per raccontare altre donne: basta un baule, da cui trarre qualche abito rappresentativo del personaggio, borsa, scarpe e poco altro.

L'epopea al femminile prende il via alla fine dell'800, in una classica famiglia contadina del sud di Italia, un "sud" che possiamo ritrovare - come forma mentis principalmente maschile - non solo geograficamente dalla Campania in poi (anche se la partenza è da Roccadaspide nel salernitano), ma in chiunque - ancora oggi - abbia un simile atteggiamento, nel nostro apparentemente socializzato e senza barriere XXI Secolo. Ma nel 1887 si viveva di poco perché poco, veramente poco c'era, si facevano tanti figli perché potevano essere braccia da lavoro, specialmente se nati maschi. Sicuramente non ci si doveva impegnare per vestirli alla moda, comprare telefonini, scatolette con 4 ruote e tutto quello che oggi - a circa 130 anni di distanza - è considerato "normale", quasi necessario. Ma non si tratta nemmeno di questo.

E non si tratta nemmeno di un breve giro del mondo che dalla Campania si sposta prima a New York e poi in California, per poi tornare in Italia, a Milano e poi, in una chiusura di "corso e ricorso teatrale" che Giambattista Vico avrebbe apprezzato, nel Sud. Quello che autrice/regista (che sono la stessa persona) e attrice raccontano in testo, movimenti e voce è una garbatissima (anche troppo) critica verso la mancanza di rispetto, dell'uomo nei confronti della donna, che già sarebbe molto grave, ma anche della donna nei confronti della donna (la colpa da grave diviene gravissima). Attraverso la vita, i piccoli e grandi drammi, le gioie e il divertimento, ma anche le paure e i pianti di Crocifissa (da qui tutto nasce, nel vero senso del termine, con il parto della sua undicesima creatura) e di Raimondo/Onda, Mia, Libertà e Nirvana, le cinque Persone che compiono un giro sia del mondo che degli stati d'animo, per tornare poi dove tutto è iniziato.

Uno spettacolo che contiene tutti quegli elementi che servono ad una messa in scena teatrale: racconto intelligente e veritiero, storia avvincente e grande interpretazione (navigando in rete ci siamo accorti che la standing ovation non è stata tributata dal solo pubblico della sala del viterbese), un affresco al femminile che ci ha ricordato lo "Speriamo che sia femmina", 1986, con la differenza che nel meraviglioso film di Mario Monicelli sono almeno 6 le interpreti a dare vita al racconto corale. Se poi a tutto questo si potesse unire anche un maggiore rispetto generale, tutti su tutti e tutto, potremmo alla fine uscire dalla sala confortati, una volta di più, dal fatto che il teatro ha sempre più meriti di quanti normalmente se ne possano ascrivere.

Trebisonda
presenta
CINQUE DONNE DEL SUD
di Francesca Zanni
con Beatrice Fazi
regia Francesca Zanni
costumi Fabrizia Migliarotti
disegno luci Giuseppe Filipponio
dance concept e aiuto regia Natasha Buono
organizzazione e distribuzione Eleonora Tripodi
ufficio stampa Maya Amenduni
consulenza linguistica Grazia Serra, Grazia Giardiello, Maria Vitagliano
durata un atto unico di 75 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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