Nei primi anni del Terzo Millennio, un romanzo prima (2002, di Giancarlo De Cataldo) ed un film poi (2005, di Michele Placido), portano alla conoscenza del grande pubblico contemporaneo le gesta - finora poco esplorate - della cosiddetta "Banda della Magliana", un articolato gruppo malavitoso nato nelle estreme periferie della Capitale, tra quelle baracche e quei sobborghi dove lo "stato" ha rinunciato al "diritto", in cambio di una relativa e tranquilla connivenza. Affidandosi a tre soli attori, il testo scritto da Antonio Turco e Salvatore Buccafasca, adattato e diretto da Francesco Sala, è la drammatizzazione di tanti fatti di sangue e misteri realmente accaduti, con molti (troppi) punti interrogativi che probabilmente rimarranno tali, fino a quando un persistente oblio non li circonderà definitivamente, seppellendo ogni ipotesi di chiarezza e giustizia, anche se esercitata molto a posteriori.
Il racconto teatrale prende il via dal brutale omicidio di Pier Paolo Pasolini e dalle tante inspiegabili lacune nelle indagini dell'epoca, che si accontentarono di arrestare un unico colpevole, consegnato velocemente all'attenzione dei media, senza indagare a fondo su quanti erano realmente presenti in quella tragica serata del 1975 e sulla reale dinamica di un delitto troppo scomodo, almeno per la società di allora. Da questo punto ci si muove in avanti, presentando gli anni dell'epoca come totalmente assoggettati a sanguinose guerre tra piccoli criminali con poco cervello e molte armi, figli degeneri di una povertà diffusa, dalla quale si riusciva ad affrancarsi o solo con l'illegalità piena o finendo in una bara, con pochi amici e quasi sempre una madre a piangere durante il funerale.
Gaetano Carbone interpreta i personaggi maschili, Fulvia Lorenzetti quelli femminili, mentre Salvo Buccafasca rimane più defilato. Gli è, infatti, affidata la discreta "eleganza" di Pippo Calò, il collegamento in terra laziale con la mafia siciliana, intelligentemente spaventato dalla ferocia di quei piccoli malavitosi incuranti delle "regole" della vera malavita organizzata, arroganti e fuori controllo, con una sete di sangue e di affermazione che solo chi ha sempre tenuto la testa bassa - ed ha molto sofferto per questo - può provare. I banditi sono organizzati in piccoli nuclei, utilizzano soprannomi ed ostentano, appena possono, la ricchezza conquistata con le rapine, gli omicidi, il traffico di stupefacenti, i rapimenti e quanto altro sia possibile mettere in piedi per fare soldi, tanti e facilissimi.
Alla stessa stregua dei "tossici" cinematografici, protagonisti del capolavoro di Claudio Caligari, i malavitosi romani non hanno il minimo scrupolo, si sentono onnipotenti e in grado di "prendersi Roma", ma a quale prezzo? Non capiscono di essere burattini nelle mani di "pupari" molto più intelligenti di loro, discreti e soprattutto potenti. Sono la mano armata di chi veste bene, non alza mai la voce, frequenta i luoghi che contano, dove tutto si decide, intessono trame e strategie troppo difficili da comprendere, sono lo "stato" e il suo dirimpettaio "antistato" allo stesso tempo. Anche per delinquere bisogna essersi applicati ed aver studiato, ma ai tanti "er" poco importa capire, a loro basta vendicare presunti torti, guidare moto giapponesi e auto sportive, avere pellicce da donare alle proprie "donne", non importa se sono ancora macchiate di sangue innocente. Un racconto duro come la realtà, perché di questo si tratta, appena edulcorato dal luogo dove viene ospitato, deputato alla "finzione". Da vedere - soprattutto i giovanissimi dovrebbero farlo - perché la storia non può e non deve mai essere cancellata da uno, tra i tanti, (s)talent show.
Le orme di Platone
presenta
ROMA CRIMINALE
fatti e misfatti di una banda di Antonio Curto e Salvatore Buccafasca
adattamento e regia Francesco Sala
assistente alla regia Giulia Malavasi
con Salvo Buccafasca, Fulvia Lorenzetti, Gaetano Carbone
costumi Fabrizia Magnini
luci Angelo Ugazzi









