Gin Game (recensione)

Paolo Ferrari e Valeria Valeri sono due poveri vecchi lasciati da soli di fronte al nulla della loro esistenza

Evitiamo subito ogni forma di equivoco: non abbiamo appena mancato di rispetto a due figure così importanti dell'intrattenimento italiano, non lo faremmo mai e poi mai. Il nostro era solo un riferimento ai due personaggi interpretati, Weller Martin (Paolo Ferrari) e Fonzia Dorsey (Valeria Valeri), due pensionati che si ritrovano a vivere in una casa di riposo e a trovare in un mazzo di carte l'unica ragione di vita.

Il testo di D.L. Coburn (Premio Pulitzer per la Drammaturgia) ovviamente si presta ad una interpretazione molto adulta, e sia a Broadway (New York) che nel West End (Londra) ha visto alternarsi attori di elevato spessore e qualità. In Italia il testo, dove è arrivato nel 1978, due anni dopo la sua genesi, ha visto in scena Paolo Stoppa e Franca Valeri e nel 2002 la stessa coppia di attori che vedremo a poco, oggi ultraottantenni.

Dal palco ci viene proposta non una semplice partita di carte per passare il tempo, ma una contrapposizione molto più aspra. Il duello dalle carte si sposta immediatamente sul piano della vita reale e, voltando una carta dopo l'altra, i due mettono sul tavolo anche le proprie miserie, rivelandosi per quello che sono: due poveri vecchi. Weller è rabbioso nel vedersi sempre battuto al gioco da Fonzia, che gli ripropone così alla mente i fallimenti della propria vita professionale. A queste costanti sconfitte reagisce malamente, con bestemmie ed imprecazioni, con insulti e rivelando, per vendicarsi, le falsità che Fonzia ha costruito ad uso e consumo anche, e soprattutto, di se stessa: la propria agiata condizione economica, in realtà è assistita dallo Stato; e l'inesistente affetto della famiglia: in realtà figlio e sorella ignorano totalmente la sua esistenza. I due si aggrappano poi a due inutili feticci, l'inutile bastone per lui e la borsetta per lei, come se ostentarli costantemente permetta loro di poter evadere dalla veranda che ospita l'unico oggetto che li tiene ancora aggrappati alla vita: il mazzo di carte.

La resa drammaturgica ha visto una garbata rilettura da parte del regista, Francesco Macedonio, che ha voluto sottolineare la cadenza delle battute, prolungate come i discorsi nel vuoto di alcuni anziani, e la virata verso un'asprezza superiore a quella del testo originale. Un cambiamento impegnativo, come ha dichiarato lo stesso Paolo Ferrari, nella breve intervista che cortesemente ci ha concesso.

Tornando alla rappresentazione, gli spettatori hanno potuto quindi ascoltare con estrema attenzione un dialogo perfetto, tenuto in una perfetta dizione italiana, un vero e proprio "piacere del suono" delle parole, veramente, e purtroppo, da altri tempi. Un dialogo che nella versione originale ha circa 40 anni (lo spettacolo è in scena dal settembre 1976), ma ancora assolutamente attuale e chissà per quanto tempo ancora lo sarà. Alla fine a gridare "gin" (il simbolo della vittoria della mano di carte) non sono e non saranno mai i due poveri anziani, ma il destino che vince sempre su di loro, non resta altro da fare che mischiare le carte e darle di nuovo, chissà che la prossima mano non sia più fortunata.

Valeria Valeri e Paolo Ferrari
in
GIN GAME
di Donald L. Coburn
regia Francesco Macedonio
scene Bruno Garofalo
costumi Maria Grazia Nicotra
musiche Massimiliano Forza

Aggiornamento: Premio Flaiano 2012 come migliore regia

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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