Ci sono sicuramente quelle più celebri, che le mamme o le nonne di una volta (prima dell'avvento di Instagram) raccontavano al bordo letto dei loro piccoli per favorirne il sonno, o vicino al fuoco per intrattenere i presenti nei pomeriggi invernali, quando il maltempo impediva di andare a giocare fuori. Tradizioni che sono andate totalmente perdute, malgrado l'altrettanto celebre tentativo a 45 giri delle "Fiabe sonore" di Fabbri (non quella delle amarene), una sorta di podcast di alta qualità che i più adulti hanno comunque conservato in soffitta o cantina, dimenticando però dove li hanno messi. E non sarebbe affatto male ritrovarli per farli ascoltare ai pargoli del XXI secolo.
Questo fino a quando Max Paiella (e il sodale Marcello Teodonio per la relativa scrittura e ricerca) non se ne è impossessato, trasportandolo nelle sale teatrali e innestando sullo show la pura e solida matrice "conigliesca" e la propria innegabile capacità di intrattenitore a briglia sciolta, ossia capace di adattarsi a diverso pubblico e/o diverso contesto. Nel nostro caso li abbiamo intercettati, causa improvviso cambiamento di programmazione, al Teatro Boni di Acquapendente.
Partendo - perché un punto di inizio deve comunque esserci in qualsiasi forma narrativa - dalle Fiabe italiane di Italo Calvino, nello spettacolo si innestano anche altri autori meno noti, come gli ottocenteschi Gigi Zanazzo e Giuseppe Pitrè, senza ovviamente del tutto allontanarsi dai classiconi (leggi fratelli Grimm) che hanno costituito il leit motive dell'infanzia degli spettatori più adulti e che le generazioni successive hanno invece conosciuto attraverso le varie piattaforme, in alcuni casi con rivisitazioni dall'ansia del politically correct.
Paiella si presenta sul palco con un raccoglitore e una chitarra, il primo gli permette di seguire il filo del discorso, ma anche di divagare dal canovaccio a suo piacimento, e la seconda di eseguire, accompagnandosi, sia gli stacchetti/canzoni della fortunata (con merito) trasmissione radiofonica Il Ruggito del Coniglio (es. Staminga o Scemo Shake), di cui è una delle voci fondamentali, che alcune divagazioni musicali, che vanno dal Franco Califano di Tutto il resto è soia a Domenico Modugno, passando per i Tazenda, sempre mettendoci - molto - del suo.
Quello che ne viene fuori è uno spettacolo godibile, divertente e apprezzabile a prescindere dalle favole raccontate, sorretto da un'interpretazione sempre convincente e dalla maestria di palco che l'artista ha, una sorta di jukebox (per gli eventuali lettori di generazione z inseriamo direttamente il link a Wikipedia) in tempo reale, in grado di selezionare lingua espressiva, dialetto e rima baciata, il tutto con estrema scioltezza e senza apparente difficoltà, anche se sappiamo quanto sia difficile riuscire a far ridere il pubblico, mantenendo piena coerenza (in rima) nei due minuti di tempo di una "canzoncina".
Le favole diventano anche un pretesto per giocare con la nostra contemporaneità (es. il ponte sullo stretto di Messina) o per trasformarsi in attore di prosa, ottenendo il passaggio dalla risata all'ascolto più totale, per tornare poi al sorriso e ai coretti più o meno intonati, ma comunque divertenti e divertiti. Chi sa fare questo mestiere sa perfettamente come si fa. Lo spettacolo si conclude con il centrino all'uncinetto, altro cavallo di battaglia, geniale quanto surreale, del Ruggito, e con un monito per l'ascolto successivo di altre o queste fiabe: "prendete la fiaba come ve pare". Spegnendo ogni tanto lo smarphone - aggiungiamo noi - e usando la nostra di fantasia, non solo quella degli influencer.
C'era una volta... Favole italiane
da Italo Calvino
scritto da Max Paiella e Marcello Teodonio
con Max Paiella
durata un atto unico di 1 ora e 30 minuti









