Accabadora (recensione)

Dal libro di Michela Murgia, Premio Campiello 2010, l'intensa trasposizione teatrale di Anna Della Rosa

Anna Della Rosa in scena
m&s - Anna Della Rosa in scena (foto © Marina Alessi)

Il sipario è già aperto. E rimarrà aperto per tutta la durata di “Accabadora”. Una sorta di rivelazione, una metafora di come tutta la struttura drammaturgica si basi sull’acquisizione di consapevolezza da parte della protagonista, Maria, interpretata da Anna Della Rosa, di essere una donna che, dopo essere fuggita da una realtà, vi ritorna per abbracciarla completamente. Una realtà che non ha bisogno di essere celata, neppure temporaneamente. Ma andiamo con ordine. 

“Io quel giorno ho capito il nero del lutto. Io credevo che il nero servisse a mostrare il dolore. E voi mi diceste che il nero serviva a coprire il dolore e non a mostrarlo, altrimenti il dolore è nudo“

L’accabadora è una “figura femminile” della tradizione popolare sarda, “attiva” fino agli anni ’50. Una figura rispettata e temuta che poteva aiutare a nascere, ma anche a morire; era quindi una “portatrice di liberazione”, quantomeno dal dolore, fosse esso derivante da un parto o da una malattia (fisica o mentale). Maria è l’ultima figlia della poverissima Anna Teresa Listru che decide di affidarla, come “fill’e anima” a Bonaria Urrai, sarta bravissima ma anche, quando indossa lo scialle nero, accabadora del paese: Maria è quindi una bambina generata dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra che passa dall’essere la figlia di troppo – ultima di quattro – a figlia amata, voluta, protetta. Protetta anche dalla verità che si cela sotto quello scialle nero, verità che una volta subodorata, diventa il motivo della fuga di Maria dal paesino sardo verso Torino. Una verità troppo difficile per una bambina, diventata adolescente e poi giovane donna che non riesce a comprendere fino in fondo che quello scialle nero possa essere il colore che copre il dolore, lo protegge, lo elimina, lo libera. La piéce comincia proprio da dove termina il libro, con il ritorno di Maria a Soreni, al capezzale della madre “scelta” che lei ostinatamente chiama Zia, alla quale si rivolge dando del Voi e alla quale racconta – a lei quanto allo spettatore – la vita trascorsa non solo nell’ultimo periodo nella fredda Torino, ma fin da quando è arrivata in quella casa. Un viaggio a ritroso, che parte dall’essere adulta al ritorno ad essere bambina; un viaggio che compie la stessa Maria all’interno della consapevolezza di quella che era, che è, che diventerà.

Un racconto che la regista Veronica Cruciani ha da subito immaginato come monologo, affidando all’intensità interpretativa di Anna Della Rosa – sola, sul palco, eppure in compagnia di se stessa e soprattutto della zia – la costante ricerca di consapevolezza, verità, conoscenza, accettazione e liberazione. Quella stessa liberazione che l’abbacadora portava insieme al suo scialle nero, accessorio che assume un’importanza tale da divenire protagonista tanto quanto Maria durante la costruzione, frammento dopo frammento, della drammaturgia di Carlotta Corradi.

Amore, responsabilità, conoscenza. Tutta la pièce volge verso lo scopo di trasmettere un messaggio fondamentale attraverso le caratteristiche vocali e gestuali dell’interprete che riempie completamente il palcoscenico anche quando ferma, immobile: l’ educazione del mettersi nei panni dell’altro, del non avere preconcetti perché la vita spesso va oltre ciò che si crede sia giusto e soprattutto che esiste una giustizia che va oltre il moralismo.

L’impianto luci, con l’alternanza di chiari e scuri, è una continua oscillazione tra passato e presente a cui fa da sfondo un silenzio rotto da suoni che creano un’atmosfera sospesa, di attesa, di bolla temporale nella quale si muove Maria che, suo malgrado, avanza verso l’accabadora. Settantacinque minuti per uno spettacolo intenso, difficile, sia nell’interpretazione che nella visione ma dal quale si esce con la consapevolezza di aver assistito ad un processo artistico di forte impatto emotivo. Pur essendo presente una sola attrice con un monologo, si assiste alla magia di “vedere” di volta in volta gli interlocutori ai quali si rivolge, prima di tutti Zia Bonaria, evocati solo dalla forza delle parole pronunciate da Maria che ricorda, descrive, interpreta, vive.

ACCABADORA
dal romanzo di Michela Murgia (giulio Einaudi Editore)
drammaturgia Carlotta Corradi
con Anna Della Rosa
regia Veronica Cruciani
produzione Savà srl, TPE – Teatro Piemonte Europa,
Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
durata 75 minuti senza intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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