Stefano (Fabio Troiano) e Denise (Donatella Finocchiaro) sono due persone che non si conoscono, conducono esistenze totalmente diverse, ignorando la vita l'uno dell'altra, ma hanno qualcosa in comunene, perché entrambi si trovano ad avere a che fare con quell'umanità ai margini del mondo, che appartiene spesso solo ai telegiornali o agli articoli "indignati" dei quotidiani schierati da una parte o dall'altra, mai dalla loro.
Appartengono a città diverse e svolgono mestieri diversi, Stefano vive a Lampedusa ed è costretto a sopravvivere, ripescando i corpi degli annegati, Denise abita in una Brianza non meglio precisata e si occupa di recuperare i crediti di una società finanziaria. E quando non ci riesce chiama l'ufficiale giudiziario per il sequestro. Eppure ci sono elementi simili nelle loro storie apparentemente diverse, due su tutti: entrambi fanno lavori che nessuno vorrebbe fare e sono giornalmente a contatto con la miseria degli ultimi.
Stefano non riesce a rassegnarsi a questa sua vita: è passato dal pescare il pesce, sottraendo la bontà del mare per portarla nel piatto, anche della povera gente, al recuperare degli altri pesci, a forma di essere umano, che nessuno mangerà, ma che tutti dimenticheranno troppo presto, ma non Stefano, lui no. Ad ogni cadavere ripescato c'è una maledizione tirata contro tutti e contro tutto, contro chi, malgrado la sicura possibilità di morire, si mette ugualmente in mare, magari con mogli e figli, e contro chi permette che tutto questo avvenga, mentre Stefano nel suo ruolo di "becchino" del mare continua ad allineare corpi senza vita.
Denise, invece, è quella che ce l'ha fatta, riassume in sé i tratti caratterizzanti (abbruttiti) della donna in carriera del nord, con un fortissimo accento milanese che riesca a nascondere la sua nascita mista (è italiana ma è anche marocchina da parte di madre), come se questa sia una colpa, in perfetto stile replicato dall'americano Lo specchio della vita (1959, di Douglas Sirk), o di come si nasconda velocemente la polvere sotto i tappeti quando arrivano in casa ospiti inaspettati e si deve aprire il salotto di rappresentanza. La ragazza è riuscita a costruirsi una corazza, una barriera difensiva che le permette di essere estranea alle vicende di chi si trova in disagio economico, di chi non ha saputo fare i conti bene ed è tutta e solamente colpa sua. A chi importa che la società dei consumi a ogni costo si disinteressi totalmente dell'effettiva potenzialità economica di chi compra, l'importante è vendere.
"Lampedusa" di Anders Lustgarten è il doppio racconto di un uomo e una donna che vivono vite completamente diverse. Due confessioni accorate che abilmente rivelano un sottile legame, perché quando il mondo sembra “fottuto” c’è sempre qualcuno che ti regala speranza. Curioso che sia un drammaturgo inglese a raccontare con autentica partecipazione il dramma dell’immigrazione in Italia, ma che soprattutto riesca a rendere perfettamente le contraddizioni e gli umori del nostro paese (con la p minuscola), la disillusione rabbiosa e commovente di un pescatore siciliano e il rancore malcelato di una donna, metà italiana e metà marocchina.
In scena ci vengono restituiti l’immigrazione, la mancanza di lavoro e di prospettive, il razzismo diffuso, legittimato e senza memoria, l’ipocrita indifferenza della politica, la disperata e tenace sopravvivenza di chi è costretto ad arrabattarsi per vivere, temi comuni al mondo occidentale. “L’Europa è fottuta” ripetono più di una volta entrambi i personaggi, raccontando tante tessere di un mosaico che potrebbero combaciare, con frammenti di vite vomitate, perché non si riesce nemmeno più a urlare.
"Lampedusa" è un pugno nella pancia dei pregiudizi, nella corta memoria di chi ha dimenticato (o finge di) l'esodo italiano dalla Venezia Giulia e Dalmazia, i viaggi della speranza in Francia e le miniere in Belgio, e potremmo continuare con molti altri esempi di memoria recente o passata. È un faro illuminato nel mare dell'indifferenza, serve a guidare nel porto della consapevolezza la barca, o il gommone, della solidarietà umana, per chi - come Stefano - ancora ce l'ha. Per tutti questi motivi "Lampedusa" va visto ed applaudito, non solo come curatissimo spettacolo teatrale, ma anche perché - attraverso il suono delle mani - ci si renda conto che essere "umani" è una necessità di vita e non un "benefit" una volta raggiunta la spesa minima necessaria.
LAMPEDUSA
di Anders Lustgarten
traduzione Elena Battista
con Fabio Troiano e Donatella Finocchiaro
adattamento e regia Gian Piero Borgia
produzione BAM teatro
Teatro Eliseo/Mittelfest 2017
in collaborazione con la Corte Ospitale








