Silvia Gallerano in La locandiera (recensione)

Uno dei testi goldoniani per eccellenza trasposto dal '700 agli anni '50 del ventesimo secolo

La locandiera
m&s - La locandiera (foto © media & sipario)

Da Firenze ci si è spostati al delta del Po. Si cambia l'ambientazione ma il risultato non cambia: Goldoni rimane Goldoni. Una scelta registica - quella operata da Stefano Sabelli - che avrebbe potuto correre il rischio di non essere convincente, invece è tutto il contrario. Spostare in avanti nel tempo di circa 200 anni, appena dopo il primo suffragio universale italiano, le vicende della famosa Mirandolina, permette al testo di essere vissuto in forma più contemporanea, con innesti di piacevoli tributi - espressamente dichiarati - verso il cinema di Giuseppe De Santis ("Riso amaro", 1949) e di Vittorio De Sica ("Ieri, oggi, domani", 1963).

Anche il commento musicale è stato reso più moderno, in scena - live - c'è una fisarmonica, suonata dal "muto" Angelo Miele, che sottolinea lo scorrere delle vicende. Per tutto il resto c'è il notevole impatto del testo goldoniano, forse quello che in forma migliore resiste alle incursioni del tempo, collocando senza dubbi l'autore veneziano fra i grandi della drammaturgia, anche di quella contemporanea.

Nella locanda "Vecchio Po", la titolare dell'esercizio di ricettività Mirandolina (Silvia Gallerano) deve barcamenarsi tra i suoi ospiti, ma anche spasimanti, tenendo a bada gli assalti amorosi del Conte di Albafiorita (Giorgio Careccia) e del "massimoboldiano" Marchese di Forlipopoli (Gianantonio Martinoni). Nel fare questo Mirandolina soffre dell'indifferenza totale che le riserva un altro ospite, il Cavaliere di Ripafratta (Claudio Botosso) e - contestualmente - deve gestire le scaramucce con il cameriere Fabrizio (Diego Florio) che, anticipando usi e costumi della politica contemporanea, annuncia più volte di volersene andare, ma senza muoversi dalla locanda. 

Nella guerra globale tra i due e "più" sessi rappresentati, entrano in gioco anche Ortensia e Dejanira (Chiara Cavalieri e Eva Sabelli), finte dame ma vere attrici "comiche", il giovane servitore (Giulio Maroncelli) del Cavaliere e la sparizione di una preziosa boccetta d'oro. Fa da cornice al tutto la bella scenografia ruotante, realizzata "in casa" - commento giustamente orgoglioso, visto il risultato, del regista - da Lara Carissimi e Michelangelo Tomaro, che consente allo spettatore di muoversi visivamente in maniera agevole in tutti gli ambienti necessari per la scena.

Il dipanarsi delle vicende è sicuramente noto, specialmente al pubblico teatrale (difficile pensare che non si abbia già vista una qualsiasi versione della locandiera), quello che piacevolmente si nota, nell'adattamento di Stefano Sabelli, è che siano state mantenute intatte le atmosfere del testo originale, permettendo al pubblico di concentrare la propria attenzione su una Mirandolina donna emancipata, femmina e femminista (nel senso più alto del termine), consapevole del proprio difficile ruolo di donna in un ambiente di uomini. Perfettamente a proprio agio nel giocare le sottili armi della seduzione contro il recalcitrante Cavaliere.

Tutto il cast artistico (bravissimi tutti e senza la minima riserva) concorre a rendere i 140 minuti totali dello spettacolo agili e veloci, divertenti e appassionanti. I tre atti sono stati ristretti a due, ma senza tagli significativi. I tre personaggi femminili sono abilissimi nel prendersi gioco degli uomini che pendono - nel caso delle due "comiche" - dalle loro gonnelle e dalle caste porzioni di pelle nuda esposte con estrema attenzione.

Mirandolina, il personaggio dalle sfaccettature più complesse, alterna la cattiveria, tutta femminile, di chi sa di avere un uomo oramai soggiogato davanti a sé, alla disperazione per la propria fragilità e solitudine, condizioni che però non può e non vuole ammettere. Unica donna in un mondo tutto al maschile (il padre, il cameriere, gli spasimanti) ha dovuto ben presto adattarsi, per non soccombere, a scapito della propria sensibilità. Gli "innamorati" si mostrano quello che sono: "piccoli" uomini nelle mani di "normali" donne, quindi reali perdenti.

L'atmosfera generale che si respira assistendo ad una replica della "locandiera" sabelliana è quella del divertimento teatrale, sia per chi assiste che per chi realizza. Si partecipa, coinvolti, al gioco scenico, assecondando il ritmo del mambo che il "muto e saggio" fisarmonicista suona, sicuramente sorridendo. Ma questo non potremo saperlo con certezza, visto che Angelo Miele si è - volutamente - tenuto celato al nostro sguardo. Ma anche questo fa parte del gioco.

LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
con Silvia Gallerano, Claudio Botosso, Giorgio Careccia, Gianantonio Martinoni, Chiara Cavalieri, Eva Sabelli, Diego Florio, Giulio Maroncelli
scene Lara Carissimi e Michelangelo Tomaro
adattamento e regia Stefano Sabelli
durata due atti di 140 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings