Diari d'amore (recensione)

Nanni Moretti debutta alla regia teatrale e lo fa in maniera discreta, pulita, portando in scena Natalia Ginzburg

Nanni Moretti
m&s - Nanni Moretti (foto © Alberto Novelli)

Nanni Moretti decide, a settant’anni, di cimentarsi con la regia teatrale. E lo fa, a suo dire, con “spavento”. Lo spavento che definisce lo scarto tra l’intimità della parola scritta e il clamore della parola detta di fronte a un pubblico dal vivo: termine usato, in questa accezione, da Natalia Ginzburg autrice alla quale si sente molto legato e che, ovviamente, sceglie come opera prima da portare sul palco.

A voler essere cattivi potremmo parafrasare la famosa battuta del suo film chiedendoci se si sarebbe accorti maggiormente del fatto che Nanni Moretti facesse la regia di questo spettacolo oppure se non l’avesse fatta? Noi però non siamo cattivi e ci limitiamo a dire che è un buon debutto, nel quale però abbiamo l’impressione che il regista, attore, sceneggiatore e produttore, abbia voluto evitare qualsiasi tipo di passo falso, mantenendo uno stile diremmo “conservatore”.

Moretti mette in scena due racconti della Ginzburg il cui fil rouge è l’assenza di carattere dei personaggi descritti che scivolano attraverso le loro esistenze piene di apatia ma prive di passioni travolgenti, in una quotidianità fatta di parole a volte inutili. In realtà personaggi che molto assomigliano a quelli dei suoi film e forse per questo messi in scena anche sul tavolato teatrale.
Fragole e Panna e Dialogo quindi diventano due micro-atti, senza nessun apparente legame tra loro, se non negli attori che li interpretano e nella descrizione di una vita che si trascina portando alla deriva i loro protagonisti, non attori, ma spettatori di sé stessi.
Ed è lo stesso Moretti a farsi spettatore, scegliendo una scena statica, con una visione centrale, quasi una telecamera fissa, più sui dialoghi che sui movimenti, come se l’ambiente non servisse, ma fosse più un contenitore di parole. Quasi una scelta Hopperiana, anche nei contrasti cromatici del disegno luci, in cui si intravede la solitudine del genere umano.
E troviamo quindi in Dialogo, l’atto di apertura, Francesco (Valerio Binasco) e Marta (Alessia Giuliani) a letto, in una mattina qualunque. Sembrano rimandare ad oltranza l’atto  di alzarsi, quasi a non voler affrontare una routine che imprigiona ma che non si desidera cambi perché ormai di abitudine. Lo spettatore inizia subito ad empatizzare con entrambi i protagonisti e con le loro vicende. Sono una coppia sposata e Francesco è uno scrittore che non riesce a sfondare. Anzi, ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla scrittura e confida nell’aiuto dell’amico Michele – che si capisce essere uno scrittore di successo – per la prossima pubblicazione del suo romanzo. La coppia è in crisi. I soldi che scarseggiano, i prestiti chiesti al fratello, la bambina piccola e la non affrontabile invidia nei confronti della coppia amica, appunto Michele con la moglie Elena, che sembra avere tutto. Sembra, perché in realtà durante il dialogo affiorano confidenze che mettono in luce un evento che potrebbe cambiare le cose ma che nuovamente, per volontà altrui, non propria, non le cambia. E nonostante la consapevolezza, si decide di rimanere nell’abitudine, nel buio che conclude il dialogo e che dà spazio al nuovo atto.

Fragole e Panna si svolge in un salotto, non più in una stanza da letto. Lo si evince da una porta centrale e da due divani, posti lateralmente rispetto al centro del palco perché di nuovo non è importante dove si svolge la scena, ma le parole che vengono pronunciate.

Nella casa di campagna dove abitano Cesare (Valerio Binasco) e Flaminia (Alessia Giuliani) durante una nevicata irrompe Barbara (Arianna Pozzoli). Le apre la domestica Tosca (una splendida Daria Deflorian) che, soffrendo di solitudine in quella grande casa nella quale la “Signora” vuole sempre stare da sola e il “Signore” è spesso fuori per lavoro, e non potendo quindi parlare con nessuno, la investe letteralmente di parole. Si comincia quindi a conoscere la storia di Barbara, giovane ragazza scappata di casa da un marito che temeva la uccidesse e dal suo bambino. È venuta da suo cugino Cesare a cercare rifugio, ingenuamente convinta che quello che si scopre essere il suo amante la possa proteggere e che Flaminia, descritta come donna che ormai vive accanto al marito come se fosse una sorella e di aperte vedute la possa accogliere. Ma il vaso di Pandora è scoperchiato e Flaminia, pur riconoscendo la piccolezza del “grande uomo” che ha sposato anche davanti alla sorella Letizia venuta in visita (Giorgia Senesi), non può tollerare la presenza dell’amante in casa propria, tanto che la mette alla porta con dei soldi e mal sopporta che la sorella la accompagni dalle suore. Neanche un possibile suicidio la smuove. L’unica partecipe al dramma è forse la domestica che rivede sé stessa (rimasta incinta giovane) e sua figlia, parrucchiera in città.

Nel secondo atto a far da padrone è il ruolo femminile. Eppure, anche in questo caso, come nel primo è sempre l’uomo, forte delle sue debolezze a muovere le fila delle vicende.
Binasco riesce in entrambi i ruoli: il primo Francesco, debole ma pronto a sminuire la moglie in ogni occasione (sempre meno magra, meno bella meno interessante di quella dell’amico) per poi impazzire all’idea di perdere il proprio punto fermo, riesce a instillare nel pubblico sia tenerezza che odio. Tenerezza o compatimento per la descrizione di uomo solo che non sapendo se ha qualità o non sapendo metterle in mostra, pensa che sminuendo quelle altrui possano risaltare. Cesare, che appare solo nel finale, è invece superbo, manipolatore, indifferente. Alla moglie, all’amante, alla domestica. Vive per sé stesso e non tenta di dissimularlo. Ma seppur sia Barbara una vittima tanto quanto Flaminia, non si riesce ad empatizzare con loro ma piuttosto con Tosca, forse anche per la performance eccellente che ruba la scena agli altri della compagine.

Il pubblico ride amaramente forse della disperazione di esseri discutibili, ma è portato a riflettere, anche per la drammatica attualità di opere scritte oltre 50 anni fa: tutto è chiaro, nitido, evidente e si svolge nella protezione di un ambiente domestico nel quale, a ben pensarci, è dove si consumano le peggiori tragedie che non sempre sfociano in violenza fisica. La regia è per Moretti solo un mezzo per enfatizzare questa evidente normale problematica molto attuale.

DIARI D’AMORE
Dialogo | Fragola e panna 
due commedie di Natalia Ginzburg
regia di Nanni Moretti
con Valerio Binasco, Daria Deflorian, Alessia Giuliani, Arianna Pozzoli, Giorgia Senesi
scene Sergio Tramonti
luci Pasquale Mari
costumi Silvia Segoloni
direzione di produzione, casting Gaia Silvestrini
assistente alla regia Martina Badiluzzi
assistenti al casting Martina Claudia Selva, Benedetta Nicoletti
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Carnezzeria Srls, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura, Châteauvallon-Liberté scène nationale, TNP Théâtre National Populaire à Villeurbanne, La Criée – Théâtre National de Marseille, Maison de la Culture d’Amiens, in collaborazione con Carrozzerie n.o.t, coordinamento Aldo Miguel Grompone
con il sostegno di Fondazione CRT
durata 1h e 30 minuti

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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