Progetti per la serata? Una cena? Una pizza tra amici? Un "cinema"? Uno spettacolo a teatro? Perché non trovarsi invece al 70° piano di un palazzo in costruzione con l'intento di "buttarsi giù", nel senso letterale e non metaforico, della frase? E' più meno questo l'appuntamento che sembrano essersi dati Tobia Tedeschi (interpretato da Lorenzo Ansaloni) ed Ivan Lanutti (interpretato da Eugenio Maria Bortolini) nell'atto unico "Non buttiamoci giù".
La pièce - adattamento drammaturgico, ad opera degli stessi interpreti, del testo di Francesco Brandi "Niente progetti per il futuro" - racconta l'incontro fortuito e strampalato tra due uomini che forse (ma il condizionale in questi casi è sempre un obbligo) mai si sarebbero frequentati al di fuori di un... "cornicione".
Tobia è un egocentrico e vanesio personaggio televisivo in parabola discendente a causa di un litigio pubblico con un alto (e altro) "papavero" del piccolo schermo; Ivan è il proprietario del Garage "Lanutti - c'è posto per tutti", un uomo semplice come tanti, con qualche "limitazione" culturale ma senz'altro di buon cuore: nulla potrebbero avere in comune se non il desiderio, anzi l'intenzione, di porre fine alle loro vite e di aver scelto, come “trampolino di lancio”, il 70° piano appunto di “quel” preciso palazzo in costruzione. Per Tobia, segno di sfregio a quello di fronte, sede dell’emittente televisiva che lo ha lasciato a piedi - o meglio, sull’orlo del baratro - per Ivan volontà di guardare l’edificio dove si è consumato il tradimento della sua amata Angela che lavora come sarta proprio per l’emittente televisiva.
Tobia e Ivan cominciano un dialogo serrato, divertente, malinconico, in cui guardano “dall’alto” le situazioni in cui si trovavano precipitate in basso, frantumate al suolo come vorrebbero fare della loro vita.
E se per Ivan la salvezza di Tobia è nella donna, la starlette, che ha appena sposato e per la quale ancora indossa l’abito da cerimonia, per se stesso c’è il desiderio della chiamata da parte di Angela, per potersi “scusare” (nel paradosso del rapporto di coppia) del tradimento che la donna ha perpetrato nei suoi confronti.
La coppia Ansaloni – Bortolini funziona, eccome se funziona! Da noi già applaudita in “C’è poco da ridere”, mette in evidenza l’affiatamento tra i due e riesce, anche quando gli attori si scambiano (almeno all'apparenza) i ruoli tra colto e meno colto, ad essere estremamente credibile, sia nei momenti più comici che in quelli più drammatici, offrendo spesso un cambio di registro che spiazza lo spettatore lasciandolo incredulo. Convincente Ansaloni, ormai più volte definito - per affinità fisiognomica - il Robin Wiliams italiano, nel pavoneggiante e disilluso Tobia, uomo ancorato allo share quasi più nel mondo reale che in quello digitale (ma conosce la differenza? verrebbe da chiedersi), quanto Bortolini. Nel suo essere proprietario di un garage forse non sa come si scrive garagista: “ci metto una macchinina vicino al mio nome, così si capisce” ma, a modo suo, sa aggiustare non solo un motore, ma anche un cuore e, a volte, complice il catechista avuto da piccolo, preferisce forse la candela in chiesa a quella di accensione.
Al duo non serve grande scenografia (fondale nero, qualche cartello da “addetto ai lavori” sparso qua e là e ben poca attrezzeria) per reggere una piéce nella quale si racconta come sull'orlo del precipizio non ci siano solo i protagonisti ma le loro vite, le loro relazioni, le persone incontrate lungo un cammino che, in questo piccolo (ma solo per durata) quadro teatrale riporta alla mente il film “14ª ora” (Fourteen Hours del 1951), diretto da Henry Hathaway ed interpretato da Richard Basehart (l'aspirante suicida) e Paul Douglas (il poliziotto che tenta di sventare il folle gesto).
Nell'opera cinematografica diverse storie si intrecciano “sotto”, al suolo, dove personaggi “altri” attendono le sorti dell’aspirante (solo uno) suicida, mentre nel racconto di Bortolini e Ansaloni pare di vedere delineato il carattere di Angela o dell’alto “papavero” che ha decretato la fine della carriera di Tobia, quasi fossero ad attenderli in basso, alla fine di una corsa, di un lancio, di una vita anche se non presenti sul palco.
Cosa fare, per salvarsi? Non possiamo ovviamente raccontare il finale ma forse, a volte, il trucco è “non guardare giù”!







