Il mistero del delitto Bebawi (recensione)

Una vera autrice, un'attrice, dei veri avvocati e veri giudici per una finzione, con colpo di teatro finale

C'è stato un periodo in Italia, in cui tante persone comuni facevano la fila per assistere in tribunale a grandi processi che sarebbero poi rimasti nell'immaginario collettivo, per anni e anni a seguire. Un tempo in cui stampa e rotocalchi specializzati scavavano costantemente e con sapienza nelle vite degli imputati, in special modo in quelle delle persone coinvolte nei delitti passionali e quindi staccati da contesti di acclarata criminalità. Continuano quindi - a distanza di 40 anni - a far parlare di sé, i coniugi Bebawi, questa volta non in un’aula di tribunale, ma in un teatro. Il caso, messo in scena dalla compagnia “Le Toghe in Giallo” - particolare compagine teatrale composta da tutti magistrati e avvocati del Foro Romano - è un estratto del testo “Coppie assassine” di Cinzia Tani.

Il 18 gennaio 1964 viene ritrovato il corpo di Faruk Chourbagi, ricco industriale egiziano, nel suo studio romano di Via Veneto. A rinvenire il cadavere, ucciso con con quattro pallottole 7,65 e con il volto sfigurato dal vetriolo, è la segretaria Karin Arbib. L’attenzione degli inquirenti viene immediatamente calamitata dai coniugi Youssef Bebawi e Claire Ghobrial (lei amante dell'ucciso), i due non sono più presenti a Roma, ma vengono fermati ad Atene e lì arrestati e sottoposti ad un primo interrogatorio, prima della successiva estradizione. Il movente (la gelosia) e piccole bruciature presenti sulle mani e sul volto di Claire (prova di un contatto col vetriolo e quindi della sua presenza fisica al momento del delitto) convincono gli investigatori che il colpevole sia riconducibile alla coppia di coniugi, da stabilire chi dei due. Inizia così l’udienza, zeppa di contraddizioni, testimonianze, svenimenti e reciproche accuse tra i due imputati, che terminerà - in primo grado - con l’assoluzione dei Bebawi per insufficienza di prove. I due coniugi verranno poi condannati successivamente (sia in appello che in cassazione), ma senza conseguenze, visto che avevano già lasciato il nostro paese al termine del primo processo.

Questi i tratti salienti di un processo che, complice la bellezza della bionda Claire (soprannominata dalla stampa “la tigre”), il contesto aristocratico e l’attenzione mediatica è diventato uno dei casi di "cronaca nera" più clamorosi degli anni '60. L'asciutta trasposizione in chiave teatrale, curata dall’avvocato Luigi di Majo (che ha per questa occasione indossato i doppi panni di regista e di attore, interpretando l’imputato Youssef) è risultata incredibilmente realistica e attendibile, perché basata sui veri carteggi processuali; così come realistica si è rivelata la recitazione dei giudici, del pubblico ministero e degli avvocati difensori, tanto da chiedersi se la bravura degli interpreti sia stata per deformazione professionale o per il “metodo Stanislavskij”, eseguito con diligente fedeltà (simpatico il gioco di mettere in bella evidenza sui tavoli, pardon, sui banchi di giudici e avvocati, invece che i codici l'annuario degli attori di Cosimo Milone). Molto divertito e coinvolto anche il pubblico presente cui, al termine del "dibattimento", è stato chiesto di esprimere un proprio giudizio sull'innocenza e colpevolezza dei due imputati, giudizio che - riportiamo - sostanzialmente condanna i due come complici.

Uniche non-giuriste tra i principi del foro, l’attrice Beatrice Palme, nelle vesti di una Claire vittima e allo stesso tempo accusatrice del marito, sicura della propria innocenza, anche se colpevole (apparentemente) di troppa ingenuità, e la stessa autrice Cinzia Tani, nel ruolo della narratrice fuori campo di tutta la vicenda. “Colpo di scena finale”, come suol dirsi in questi casi, che la Compagnia ci ha assicurato non aver concordato: la presenza in sala dell’allora "vero" avvocato difensore di Claire Bebawi che, dopo lo spettacolo, ha dato un proprio prezioso contributo alla ricostruzione degli avvenimenti, e di una spettatrice, cugina di Faruk Chourbagi, piccola bimba all'epoca dei fatti, ma in grado di riportare quello che erano state le "sensazioni" della famiglia nel corso del dibattimento processuale. Una breve aggiunta di verità ad una vicenda che per quanto fosse teatrale null'altro era che reale.

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings