Il sentiero dei passi pericolosi (recensione)

Una pièce che affronta il legame familiare alla luce di tormenti, drammi e verità inaspettate

Il sentiero dei passi pericolosi
m&s - Il sentiero dei passi pericolosi (foto © Mauro Biondillo)

La rappresentazione comincia con il rumore attutito dei passi degli spettatori che raggiungono i loro posti in platea, cercando di distinguere, tra la nebbia che invade il teatro, se le tre figure maschili sul palco (che osservano attente un modellino d’auto correre sulle guida di una pista per bambini circondata da bottiglie di birra) siano delle ombre oppure delle persone. Non sanno ancora se i passi fatti termineranno con l’aver trovato la propria poltroncina o continueranno seguendo quelli descritti da Michel Marc Bouchard (uno dei più prolifici e applauditi autori contemporanei di origine canadese) nella drammatica, struggente e suggestiva pièce dal titolo, appunto, “Il sentiero dei passi pericolosi”. 

Le “ombre” sul palco sono Carl (Matteo Sintucci), Ambroise (Mauro Parrinello) e Victor (Andrea Fazzari), tre fratelli che si sono, almeno “fisicamente”, ritrovati nello stesso luogo dopo anni di distanza, grazie all’invito per il matrimonio tra il più piccolo di loro, Carl, e Lucille.

L’ultima volta che avevano “parlato” era stato il giorno della cremazione della madre e ascoltando il rincorrersi delle loro parole su “sentieri spesso poco battuti”, i loro discorsi mai continui ma spezzati, frammentati da una nenia ricorrente o da esplosioni di luce e musica (di Maurizio Lobina), si capisce come il legame di sangue non sia sempre sinonimo di somiglianza: Carl rincorre ambizioni piccolo borghesi ed è imbrigliato nei cliché della tradizione e del “si fa – non si fa /si dice – non si dice”, il mezzano Ambroise, omosessuale dichiarato, ha fatto della passione per il bello la sua professione, gallerista d’arte, ed è diventato cinico nel momento in cui il compagno Martin ha contratto l’aids, e Victor, il più grande, è il “fallito”, il meno presente nella vita (e anche sul proscenio per parte dello spettacolo) almeno apparentemente. Ma le “impressioni” spesso sono quelle che distraggono, disorientano, danno la sensazione di andare in una direzione, rimanendo sempre fermi su se stessi come per i tre che - pur percorrendo tanti chilometri - sono rimasti sempre nello stesso posto, incatenati come i prigionieri nel “mito della caverna” di Platone.

Carl, Ambroise e Victor sono incatenati, fin dall'infanzia, nelle profondità di una caverna, il non-luogo che per loro è il “gorgo dei passi pericolosi”, la curva dove il loro furgone è uscito di strada e dove il padre, anni prima, è morto, anzi scomparso, inghiottito dall'acqua nella quale voleva pescare, o forse annegato nella stessa birra che imponeva ai figli di bere, ubriacandoli di alcol e delle parole delle migliaia di poesie senza senso che declamava anche quando non richieste, facendo vergognare i tre.

Nel mito delle caverna di Platone si suppone che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole e gli oggetti reali sembrerebbero meno veritieri delle ombre alle quali è abituato. Nello stesso modo uscendo dalla caverna s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo. Così i tre fratelli, in un gioco di rimandi e rimbalzi, di dinamiche familiari, dissidi, legami velati e svelati diventano di volta in volta il “prigioniero liberato” (anche se il primo è Victor) dalla caverna-luogo dell’”incidente” occorso al padre amato/odiato. I tre fratelli compiono passi avanti e indietro più che nello spazio nel tempo, ricostruendo un evento del passato che li ha visti talmente uniti da renderli estremamente fragili, tanto da dare vita alla disgregazione del loro rapporto, non potendo accettare la realtà di quanto fatto insieme.

Eccellente la scelta registica di Simone Schinocca di evocare piuttosto che illustrare, dando a questo dramma dell’incomunicabilità e dei legami familiari un’impalpabilità e una inafferrabilità simile alla nebbia che avvolge gli attori all’inizio della pièce. Scelta coerente nel taglio di luci caravaggesco a incidere, colpire e svelare le azioni e le parole, le espressioni e i corpi degli attori.

Parrinello, Sintucci e Fazzari interpretano le varie sfaccettature psicologiche in perfetta armonia e in complicità tra loro: Sintucci mantiene per l’intera ora e mezza dell’atto unico un’alta tensione nervosa e fisica tanto quanto Parrinello veste perfettamente l’apparente distacco e indifferenza di Ambroise. Dal canto suo Fazzari entra correttamente nella dinamica dei due “fratelli minori” senza risultare elemento di disturbo, ma integrandosi perfettamente nel dialogo - anche quando in disparte - risultando estremamente credibile nel diventare l’artefice del destino comune ai tre.

Apprezzabile la scelta di non utilizzare macchie rosse per “raccontare” il sangue, scegliendo invece il colore bianco della purezza, come se gli accadimenti tragici potessero portare ad una sorte di catarsi dei protagonisti che si estrinseca completamente nel finale. Applausi al termine di uno spettacolo non facile per il testo, per l’argomento affrontato, per l’atmosfera satura di tormenti, affrontata con delicatezza e a volte con ironia dalla Compagnia Tedacà.

IL SENTIERO DEI PASSI PERICOLOSI
di Michel Marc Bouchard
traduzione Francesca Moccagatta
regia Simone Schinocca
con Mauro Parrinello, Andrea Fazzari e Matteo Sintucci
musiche di Maurizio Lobina (Eiffel 65)
scene Sara Brigatti
costumi Agostino Porchietto
durata dello spettacolo 90 minuti circa

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
Change privacy settings