Non si sa come (recensione)

Non si sa come, ma si riflette sulla coscienza, sull'aspetto onirico della propria vita, sul sottile gioco delle parti

Non si sa come, ma, dopo aver visto un testo di Pirandello, si esce dal teatro facendoci delle domande (che non riceveranno risposte), guardandoci intorno e cercando di capire quali e quante siano le maschere indossate da chi ci circonda.

Non si sa come, ma succede anche e forse di più, dopo aver visto, come abbiamo fatto noi, proprio "Non si sa come", una delle pièce meno conosciute del grandissimo autore siciliano, per la regia di Federico Tiezzi, con Sandro Lombardi, Pia Lanciotti, Francesco Colella, Elena Ghiaurov, Marco Brinzi.

Due ore con l'intensa e tagliente penna di Pirandello che gioca come sempre sull'equilibrio instabile della finzione e della duplice identità, arrivando, con questa piéce - frutto dell'unione di tre novelle - a scavare nell'inconscio, concludendo che, talvolta, un atto sicuramente censurabile dal punto di vista morale, come l’adulterio o addirittura l’omicidio, se commesso in un momento di tensione esistenziale (“non si sa come”), possa essere cancellato dalla coscienza perché trasformato in sogno. Questa dualità dell’io, tra pensiero e azione, tra responsabilità o irresponsabilità, è il dilemma drammatico vissuto dal protagonista Romeo - Sandro Lombardi - che rispecchia in parte l'esistenza di Pirandello in quel periodo.

Il dramma, scritto a Castiglioncello nell'estate del 1934, ed andato in scena il 13 dicembre del 1935 a Roma, in piena dittatura fascista, sembra infatti la rappresentazione del disagio vissuto dallo stesso autore. Pirandello ha aderito al fascismo, ma con l'arte se ne discosta, esaltando le debolezze e i malesseri dell’uomo moderno, così lontano dal mito dell’uomo forte e volitivo creato dal "ventennio". Una sorta di catarsi - e Pirandello non è certamente nuovo a questa sfaccettatura del teatro - attraverso la storia di due coppie di amici della borghesia agiata, musicisti per diletto, che conducono apparentemente una vita spensierata. Romeo deve liberarsi però la coscienza e quindi cancellare quella specie di senso di colpa che sente per avere sedotto Ginevra - Elena Ghiaurov -  la moglie dell'amico Giorgio - Francesco Colella. In una sorta di seduta di analisi collettiva alla quale partecipa anche la moglie Bice - Pia Lanciotti - si estrinsecano tutti i disagi della vita e della falsità, nella quale, non si sa come, si compiono gesti dei quali il rimorso è solo apparente e per i quali si versano lacrime false, come quelle di coccodrillo, animale quasi strisciante che "piange" dopo aver compiuto un gesto esecrabile di cui era più che consapevole.

E come il coccodrillo si ciba e piange, così la compagnia ha interpretato personaggi che compiono azioni e se pentono falsamente, divorando l'animo altrui e cercando, poi, di "ripulirsi" la coscienza. Coccodrillo palesemente rappresentato dalle maschere indossate dalla compagnia in alcune scene. Recitazione barocca, a tratti eccessivamente enfatizzata, per una serata infrasettimanale, ed una scenografia - di Pier Paolo Bisleri - curata nei minimi dettagli: dall'ambientazione d'interni al costume, entrambi senza tempo, a sottolineare la, purtroppo, attualità del tema trattato.

Un plauso particolare sicuramente agli attrezzisti che, nei due brevi intervalli, hanno smontato e rimontato una scena "importante" velocemente senza far perdere il ritmo narrativo che, vuoi per scelta registica, vuoi per la somiglianza negli atteggiamenti di Lombardi a Dalì (voluta?) è rimasta sempre veleggiante su un'atmosfera onirica.

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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