Father and Son (recensione)

In scena non c'è Yusuf/Cat Stevens, ma gli applausi che riceve Claudio Bisio sono comunque pienamente meritati

Un artista da non definire solamente come il "comico" Claudio Bisio - benché nell'accezione di capo-comico l'aggettivo sia di tutto rispetto e valore (in passato il capocomico era il responsabile della scelta del copione, dell'ingaggio degli attori e della messa in scena, il rappresentante legale e il direttore artistico di una compagnia, ndr) - o il "mattatore" di Zelig o il giurato del talent "Italia's Got Talent", ma come l'Attore Bisio - con una A maiuscola non messa a caso - o l'Uomo di Spettacolo Bisio che, con una presenza scenica ed un carisma da attore consumato, riesce a catalizzare l'attenzione di un teatro "tutto esaurito" per l'oltre ora e venti di monologo. Bisio sembra "abitare" la scena, non utilizzarla e si cala nel ruolo che appare un abito cucito su misura.

Monologo sull'ancestrale rapporto padre-figlio che, grazie agli interventi musicali del violino Laura Masotto e della chitarra Marco Bianchi che sottolineano, incidono o accompagnano le parole pronunciate da Bisio e la scrittura di Michele Serra, sembra quasi una chiacchierata con se stessi, un pronunciare a voce alta qualcosa che si racconta agli altri per giustificare, in realtà, il desiderio di confessarlo al proprio io. 

"Look at me, I am old, But I'm happy" cantava Cat Stevens in "Father and Son" nel 1970, nella canzone da cui riprende il titolo la piéce ed è questo forse il leit motiv del monologo: un Padre/Claudio Bisio - senza nome perché potrebbe essere un padre qualunque - parla ad un Figlio senza nome - potrebbe essere un figlio qualunque - che mai appare sulla scena ma che fa sentire pesantemente la sua presenza con il suo "immobilismo" multiconnesso e ultraricettivo, in un mondo che "guarda" solo attraverso i filtri - degli occhiali, dello schermo del computer, di Instagram. Un'entità che con gli anni diventa sconosciuta - "Com'era facile amarti da piccolo, com'è difficile ora che le nostre stature sono appaiate" - al quale si rimprovera tutto, facendo riferimento a quando, appunto, si era più felici "quando avevo la tua età...", rimproverando nel contempo se stessi per non essere in grado, forse, di essere padri e di lasciare i figli "saltare" senza una guida nella vita senza una rete diversa da quella del web.

Il testo scorre veloce, tra un riferimento politico, uno sociale, uno alla società, stemperando i momenti più intesi o quelli più "banali" ("banali" perché molto reali - è stato facile percepire tra il pubblico la frase "Anche mio figlio è così..") con battute che non si capisce se salgano spontaneamente alle labbra di Bisio o siano scritte sul copione. Tra le righe si percepiscono domande mai pronunciate a voce alta: quando si smette di essere figli e si comincia a essere padri? E quando ci si scrolla dalle spalle le responsabilità che l'uno riflette sull'altro? Forse per quello in mezzo alla scena un armadio con l'anta a specchio pende dal soffitto (a riflettere appunto quello che è un padre per un figlio) ed un altro è rovesciato a terra e "seppellito" dalle pietre, forse quelle del Colle della Nasca che il Padre incita il Figlio a visitare con lui per tutto lo spettacolo: è la "zavorra" che - volenti o nolenti - i figli ricevono dal genitore, che trasportano sulle spalle e dei quali si liberano quando a loro volta, nel diventare adulti, sono pronti a ricoprire il ruolo che fino ad un minuto prima era stato così amato e odiato.

Una zavorra della quale si libera anche un Padre, quando prende consapevolezza che il proprio Figlio ormai può camminare da solo e che magari può stupirlo, rivelandosi migliore di quanto possa aver immaginato, magari anche per merito suo. Uno spettacolo da vedere e che sorridendo e ridendo fa riflettere, sia un Padre, sia un Figlio.

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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