Felicissima Jurnata (recensione)

Felicissima Jurnata ovvero Beckett e il Rione Sanità

Felicissima Jurnata
m&s - Felicissima Jurnata (foto © Laila Pozzo)

C’è un’immagine iniziale che si imprime nella memoria: Antonella Morea, figura imponente e fragile insieme, svetta in cima a una sorta di piramide, avvolta da un fascio di controluce che la trasforma quasi in un’icona sacra. La luce dietro di lei non illumina, rivela. È il segno d’apertura del progetto di Putéca Celidònia che intreccia il linguaggio di Samuel Beckett con la quotidianità del Rione Sanità, in una partitura teatrale che nasce dal reale e lo trasfigura.

Dal basso di Napoli - quel “vascio” dove la vita si stringe, resiste e si consuma - arriva un coro di voci registrate, non inventate: voci autentiche delle donne e degli uomini incontrati nei vicoli, catturate nel loro parlato quotidiano. Quegli stessi frammenti vocali, insieme ai respiri, diventano tappeto sonoro della scena, donandole memoria e presenza. È lì che si svolge la vicenda: una donna paralizzata, un uomo silenzioso, un tempo che non distingue più l’oggi da ieri. Ma nulla è narrato, tutto è evocato. Il testo non cerca la storia: cerca il senso, come accade nel teatro beckettiano, dove l’attesa diventa condizione e la parola un modo per riempire il vuoto.

Antonella Morea tesse a uncinetto fili di lana che diventano abito, gabbia, casa. La lana è materia viva: costruisce e imprigiona, unisce e separa. Sotto, tra gli oggetti dismessi — una vasca, una lavatrice, un televisore, un water illuminati da led bianchi — si muove il marito, figura muta ma costantemente presente. A tratti, dalla sua bocca affiorano suoni strozzati, sillabe scomposte, frammenti che si avvicinano al grammelot, come tentativi di linguaggio primordiale. Non parole, ma impulsi sonori che rivelano l’umanità che resiste sotto la paralisi del quotidiano.

Il volto del marito, che in un momento appare riflesso nell’oblò della lavatrice, è fra le immagini più suggestive: un’apparizione ironica e tragica, un frammento beckettiano calato nei vicoli di Napoli.
La regia, rigorosa e sensibile, sceglie la sottrazione. Non impone, ma ascolta. Una scelta registica calibrata e precisa, che nella sua apparente staticità riesce a non annoiare mai, mantenendo tensione e misura costante. In quella immobilità fisica ogni gesto e ogni pausa trovano il loro peso, senza cedere alla ripetizione o alla prevedibilità. Le luci — con i coni, i sagomatori e i tagli dosati nei giusti colori — accentuano l’atmosfera del famoso vascio, creando un gioco intrigante di luci e ombre che amplifica la profondità e la sospensione scenica. La macchina del fumo, a tratti, vela i contorni, conferendo allo spazio un’aura vibrante e sospesa. Accanto a questi elementi, le musiche adeguate, ben scelte, sostengono il tessuto emotivo dello spettacolo.

Antonella Morea tiene la scena con forza magnetica: restituisce il paradosso beckettiano di una donna immobile eppure vitale, intrappolata nel corpo ma traboccante di parole. Ogni suo respiro, ogni inflessione del dialetto napoletano diventa materia poetica. Il marito, presenza silenziosa ma costante, si muove con inflessibile misura, costruendo una controparte scenica di grande efficacia. Il loro equilibrio è fragile, ma preciso: un microcosmo che vive di contrasti, di pieni e di vuoti.

Felicissima jurnata non è una riscrittura, ma un attraversamento. Beckett non è citato, ma respirato: la sua solitudine, la sua ironia, il suo sguardo rimangono in filigrana, e trovano eco nelle vite che affiorano dal basso napoletano. Putéca Celidònia traduce quell’immobilità disperata in gesto concreto, in una lingua fatta di corpo, voce, musica, luce e materia.

Nel buio finale, le voci autentiche del Rione continuano a risuonare, come un’eco che non si spegne. E allora si resta sospesi a chiedersi se quella “felicissima giornata” non sia altro che desiderio, resistenza, un modo di restare vivi dentro la ripetizione. Un teatro che non racconta, ma interroga. Un teatro che, nel suo silenzio, continua a parlare.

Cranpi
Teatro di Napoli - Teatro Nazionale
Putéca Celidònia
presentano
FELICISSIMA JURNATA
uno spettacolo di Puteca Celidònia
con Antonella Morea e Dario Rea
e con le voci delle donne e degli uomini del Rione Sanità
scene Rosita Vallefuoco
musiche originali Tommy Grieco
luci Desideria Angeloni
costumi Rosario Martone
aiuto regia Clara Bocchino
realizzazione scene Mauro Rea
drammaturgia e regia Emanuele D’Errico
durata un atto unico di circa 55 minuti

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
Change privacy settings