Provate ad immaginarvi nei panni di una madre americana, Thelma (Marina Confalone), rimasta vedova di un uomo che non l'ha mai amata (e che non è stato mai amato), e di avere una figlia, Jessie (Mariangela D’Abbraccio), che annuncia - in maniera gelida e inequivocabile - di avere intenzione di suicidarsi da lì a poco dopo (sono circa le 20, come puntualizza efficacemente il ticchettio del grande orologio in scena).
La serata che Thelma si sta apprestando a trascorrere con Jessie sarà l'ultima, perché quando la figlia, come ogni sera, saluterà la madre per andare a letto, entrerà nella sua stanza e si tirerà un colpo con la vecchia pistola del padre, cercata, trovata e minuziosamente pulita. Il tutto è stato accuratamente studiato, per mesi, così come attentamente e lucidamente è stato pianificato anche il "dopo di lei", comprensivo di disdetta di abbonamenti ai giornali non necessari, posizionamento sulla lavatrice del numero telefonico dell'idraulico, accurata disposizione delle caramelle nei vasetti. Fondamentale, assieme all'organizzazione dell'elenco delle "istruzioni", anche la lista dei comportamenti che la madre dovrà tenere dopo che avrà udito il colpo di pistola, compresa la sequenza delle telefonate. Nella sua gelida e raggelante (per chi l'ascolta dalla platea, pensate per la madre) consapevolezza è stato previsto tutto.
Il lavoro di Marsha Norman (Premio Pulitzer nel 1983) non ha bisogno di dare troppe spiegazioni, per raccontare in forma asciutta e quasi didascalica questo piccolo quanto devastante dramma familiare, scandito inesorabilmente dalla affermazioni garbate, secche e puntuali di Jessie, dall'avanzamento - reale - delle lancette del vero orologio in scena e dalle inutili contrapposizioni verbali e confuse proteste, mai incisive, di Thelma. Apprendiamo che Jessie sia riuscita a passare quasi "indenne" l'adolescenza, ma si sia trovata di fronte ad una esistenza troppo difficile (affetta da un disturbo più semplice da nascondere che da curare), dove le è stato negato soprattutto l'affetto. Il matrimonio con Max terminato con un abbandono (Quando traslochi, non ti porti via anche l'immondizia) e il ritorno a casa dalla mamma, un figlio poco più che adolescente, Ricky, che ha cercato e trovato la facile strada del furto (anche nella propria casa) per procurarsi la droga.
A Jessie, oramai rassegnata e svuotata da ogni forma di resistenza, la vita ha quindi dato veramente poco: la malattia prima di tutto (ma quella volendo si potrebbe provare a curare o almeno tamponare), che è poca cosa se messa sullo stesso piano di una madre incapace di dare amore, mai in grado di avvicinarla ed abbracciarla, mai in grado di non farla sentire sola, mai in grado di fare quello che un genitore dovrebbe sempre fare, a prescindere dal rapporto che negli anni ha instaurato con i propri figli.
Nel contrapporsi alla madre (mai stata mamma), la donna elenca i tanti, troppi, motivi per cui oramai non può che mettere fine alla propria vita. La donna balbetta scuse, domanda perdono, si assume blande responsabilità, ma si esime dall'unico gesto che, forse, avrebbe o potrebbe spezzare l'impasse emotiva che si è instaurata: avvicinarsi alla figlia e abbracciarla, stringerla a sé e farle sentire, con un forte ritardo, che non è più sola. Perché questo è il male di vivere di Jessie, l'essere sempre stata lasciata da sola, a combattere una guerra troppo da "grandi", per lei bambina che è dovuta crescere troppo in fretta.
Nella bella versione a cui abbiamo assistito il regista Francesco Tavassi ha dovuto rivedere i personaggi (è stato eliminato il figlio di Jessie), scegliendo una ambientazione minimalista, mantenendo in forma pura la qualità artistica del testo, senza rinunciare a tanti particolari molto curati e probabilmente anche dovuti al suo passato occhio di scenografo: il cioccolato e le gocce d'acqua per fare un esempio. Le due attrici hanno messo il resto (non poco), restituendoci una serata di emozioni vive e palpabili, tutta giocata sul sottile equilibrio della contenuta quanto difficile misura scenica e recitativa.
Jessie metterà fine alla propria vita o la madre riuscirà a superare la barriera di anaffettività che l'ha sempre tenuta lontana, anche fisicamente, dalla figlia? Il pubblico è caldamente invitato a scoprire la risposta a teatro. Suggeriamo la visione a chiunque si renda conto di essere in difficoltà a donare sentimenti, per metabolizzare meglio quali potrebbero esserne le conseguenze, anche se portate all'estremo, ma anche a tutti gli altri (che non si sentono tali o non riescono a riconoscerlo), così da capire che un piccolo gesto, uno sguardo, una parola non sono mai di troppo, nella nostra e nella altrui vita (La vita è meravigliosa di Frank Capra docet).
Stefano Francioni Produzioni srl
presenta
Marina Confalone e Mariangela D’Abbraccio
in
BUONANOTTE, MAMMA
di Marsha Norman
regia Francesco Tavassi
scene Alessandro Chiti
costumi Maria Rosaria Donadio
musiche Davide Cavuti
luci Marco Palmieri
durata un atto unico 100 minuti








