Edith Piaf (recensione)

L'usignolo non può smettere di cantare, soprattutto quando si chiamava e si chiama Edith Piaf

Edith Piaf
m&s - Edith Piaf (foto © media & sipario)

Una ricostruzione affettuosa, un omaggio sentimentale e musicale da artista a artista, un tributo - moderno - ad una delle più grandi voci che abbiano mai calcato un palcoscenico e imbracciato il microfono.

Per una volta, sovvertiamo l'usuale ordine e partiamo dalla fine, dai prolungati applausi e stand ovation che hanno accompagnato Melania Giglio e Martino Duane al termine di "Edith Piaf (L'usignolo non canta più)", scritto dalla sua stessa interprete e diretto, come capita spesso alla performer piemontese, da Daniele Salvo. Il riconoscimento sincero del pubblico è esattamente il metro con cui si può giudicare questo racconto, commovente e ben fatto, dalla sua partenza al gran finale.

Lo spettacolo riprende teatralmente, per quelli che non la dovessero conoscere, la vita personale della grande cantante francese nel suo declino e volontario esilio in casa, reso ancora più complesso dall'artrite e dall'abuso di alcolici. In questo viale del tramonto inesorabile si inserisce la figura di un (apparente) cialtrone, Bruno Coquatrix (Martino Duane, incredibilmente bravo in un ruolo che ne avrebbe potuto minimizzare le capacità attoriali), direttore artistico dell'Olympia di Parigi nel 1960, sull'orlo del lastrico (almeno è quello che racconta). Bruno irrompe nella vita della "Diva" con un'idea disperata: solo lei, tornando sulle scene può salvarlo dall'inevitabile bancarotta (vale la pena ricordare che all'epoca spesso i "falliti" si suicidavano).

Da questo momento inizia un rapporto difficilissimo tra una donna dispotica, fragile e molto sofferente, ma non al punto di voler e poter rinunciare al suo status di Diva, dall'altra parte un uomo intelligente, probabilmente sottovalutato, in grado di avere pazienza quando serve, essere insistente ma arrendevole, mutevole al continuo mutare di Edith. Ne nasce un rapporto affettivo, umano e sodale, destinato a far crollare - frammento dopo frammento - il muro che la donna, prima della cantante, ha eretto attorno a sé. Quanto più Edith è sprezzante ("Mi sembri un impresario delle pompe funebri"), quanto più Bruno è impermeabile ("Ah, sì. Sono venuto per te"), ma allo stesso momento, quando serve, dimostrarsi delicatamente "amico" sincero. 

Il testo, che avrebbe potuto anche essere, visto il talento vocale di Melania Giglio, una semplice cucitura superficiale tra canzoni entrate nella memoria storica collettiva, è invece un prodotto di assoluta dignità e qualità, ben calibrato nelle parti musicali, che ovviamente ci sono e devono esserci, ma che non sono a parte del copione, ma ne fanno pienamente e convintamente parte. Ci sembra inutile confermare che tutto è rigorosamente dal vivo, basi musicali escluse. La determinazione di Bruno, come sappiamo dalla biografia della cantante francese, troverà il suo frutto e Edith Piaf tornerà sulla scena nel locale parigino per quattro mesi, a cavallo tra il 1960 e il 1961.

Il ritorno in scena è probabilmente il momento più commovente dello spettacolo che culmina con una grande interpretazione di "Non, je ne regrette rien" (1956, di Charles Dumont e Michel Vaucaire). Non si tratta di fare spoiler, perché per quanto potremmo scrivere e scrivere, non saremmo mai in grado di trasmettervi le sensazioni che abbiamo provato, live, in sala e che vi invitiamo a sentire qualora riuscirete a vedere "Edith Piaf", un omaggio che ogni amante del teatro non può e non deve assolutamente mancare. Se poi sarete fortunati, come noi lo siamo stati, riceverete anche un encore a cappella che non farà altro che scatenare altri applausi.

EDITH PIAF
L'usignolo non canta più
di Melania Giglio
con Melania Giglio e Martino Duane
regia Daniele Salvo
scene Fabiana Di Marco
costumi Giovanni Ciacci
assistente alla regia Luigi Di Raimo
assistente volontario Alessandro Guerra
durata un atto unico di 75 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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