Lumiere (recensione)

Nell'era in cui si parla molto e si ascolta poco, una porta chiusa può fare veramente la differenza

Claudia Campagnola
m&s - Claudia Campagnola in Lumiere (foto © Riccardo Fiadino)

È probabile che nessun italiano (ma anche il resto del mondo non ha vissuto bene quel periodo) potrà dimenticare gli anni del Covid, con particolare riferimento da marzo 2020, quando - per la prima volta in assoluto - ci si è dovuti tutti chiudere in casa per contrastare la propagazione del virus che in quel momento sembrava inarrestabile, ma soprattutto mortale. Attività professionali e personali che fino a quel momento avevano vissuto sul movimento e il contatto ravvicinato si trovarono a doversi reinventare, in un modo o nell'altro. Le conseguenze - in alcuni casi - hanno fortemente influenzato, condizionato i propri comportamenti, fino a minare anche alla base i rapporti con sé stessi e con gli altri. Ovviamente affrontiamo la tematica di chi non ha dovuto piangere un amico, un familiare, un conoscente.

Claudia (Campagnola), costretta a casa dalla pandemia, si è poi - passato il pericolo - adattata alla condizione di "reclusa" senza condanna passata in giudicato, anzi volontaria, ben adattandosi (almeno in apparenza) al vivere sempre sola, senza mai uscire dalla porta di ingresso e mantenendo il contatto con l'esterno (ma anche con la realtà) attraverso una sola persone: il vicino di casa Marco (interpretato da Blas Roca Rey), così vicino da abitare dietro una porta chiusa, di cui solo Claudia ha la chiave.

Marco è un fonico di palco, ma anche Claudia è nel settore - più o meno - dello spettacolo. Mentre il primo amplifica la voce d chi si esibisce, la seconda usa la propria per stimolare la fantasia di chi la chiama e conduce il suo "cliente" temporaneo in un viaggio erotico e sensuale, sfruttando tutti i meccanismi della comunicazione che suppliscono alla visione con la parola, il contatto tra i corpi con l'immaginazione. Marco ha una vita fatta di "grandi strade piene" (cit.), quella di Claudia ha solo la certezza degli spazi del proprio appartamento, della linea telefonica e della connessione dati. Paradossalmente lei non ha mai visto lui, anche se li separa solo i pochi centimetri di una porta. Un rapporto di distanze, così piccole da diventare gigantesche, insormontabili.

Fortunatamente per lei, nella vita di Claudia c'è stato un ingresso importante, quello di Lumiere, il suo fidanzato, immediatamente evocativo del candelabro gentiluomo e affascinante della Disney. In effetti è l'unica persona in grado di farle desiderare di abbandonare il guscio protettivo della propria casa per andare a vivere altrove assieme a lui, aprendosi finalmente a un mondo che esiste, malgrado tutto. Un lieto fine, quindi? Dipende, molto da chi è Lumiere, ancora di più dai sentimenti di Marco, dietro la porta chiusa, ma per quanto tempo ancora rimarrà così?

Lumiere è una favola, amara ma inevitabilmente divertita, che racconta quanto sia difficile oggi, non solo amare e progettare il futuro, ma addirittura abbandonarsi alle emozioni, leggiamo nelle note che accompagnano la messinscena dello spettacolo. E difatti Lumiere viene declinato con il sorriso, inframmezzato da canzoni (note e parole scritte e interpretate dal vivo da Antonio Carluccio) che riprendono e ampliano  il tema narrativo, ma il movimento delle labbra è tirato, poco convinto, perché è innegabile che la solitudine possa essere una scelta di vita, ma il più delle volte è una forma di paura, una costrizione mentale più che una condizione, un modo per non scegliere cosa affrontare e come farlo. Come favola, forse non si può leggere ai bambini la sera per farli addormentare.

Ass. Cult. Rondini
presenta
LUMIERE
di Paolo Logli
con Blas Roca Rey e Claudia Campagnola
e con Antonio Carluccio | direzione musicale Antonio Carluccio
alla chitarra Stefano Ciuffi | al contrabbasso Matteo Carlini
direzione tecnica Mimmo De Mattia | scenografia Lina Zirpoli | foto Riccardo Fiadino
ufficio stampa Sisi Communication | si ringrazia Studio / Music Room
regia Francesco Sala
durata un atto unico di circa 60 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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