Miseria e Nobiltà (recensione)

Lello Arena (attore) e Luciano Melchionna (regista) rileggono Scarpetta tra grottesco e contemporaneità

una scena di Miseria e Nobiltà
m&s - una scena di Miseria e Nobiltà (foto © Federica Di Benedetto)

C’è un’energia particolare quando un classico della tradizione napoletana incontra la sensibilità registica e interpretativa di artisti capaci di muoversi tra rispetto filologico e libertà creativa. È ciò che accade con Miseria e Nobiltà, il celebre testo del 1887 di Eduardo Scarpetta, riportato in scena da Lello Arena con la regia di Luciano Melchionna.

Un incontro che rinnova la memoria del pubblico e, al tempo stesso, la scuote con immagini, soluzioni sceniche e scelte drammaturgiche di forte impatto visivo ed emotivo. Al centro della vicenda, Felice Sciosciammocca - interpretato da un Lello Arena in stato di grazia - è uno scrivano squattrinato che divide un tugurio napoletano con altre famiglie povere. Intorno a lui ruota l’amore ostacolato tra il marchesino Eugenio e Gemma, figlia del cuoco arricchito Gaetano Semmolone. Il giovane, deciso a superare il rifiuto del padre, chiede a Felice e ai suoi compagni di miseria di fingersi nobili parenti, innescando una sequenza di travestimenti, equivoci e rivelazioni che attraversano la commedia fino a un esito tanto comico quanto satirico.

La messa in scena conserva l’ossatura narrativa originale, ma ne piega l’estetica verso un registro più marcato e grottesco, dove il sorriso si intreccia a un senso di inquietudine visiva. La scenografia, in particolare, colpisce fin dall’apertura: un fondale di drappi colorati fa da sfondo a un insieme di oggetti vecchi, logorati, arrugginiti, e a un letto che campeggia in scena come simbolo di precarietà. Una lunga grata, estesa per l’intera larghezza del palco, diventa elemento strutturale e drammaturgico: passaggio, barriera, palcoscenico nel palcoscenico. Gli attori la abitano con fisicità e creatività, sfruttandone ogni potenzialità tridimensionale.

Nel primo atto, i costumi poveri ma curati nei dettagli trasmettono un’idea di miseria non trasandata, quasi “scenografica”, mentre piccole plafoniere disposte qua e là generano effetti luce minimali ma suggestivi. Non ci sono vere e proprie musiche di accompagnamento: a prevalere sono effetti sonori incisivi, capaci di amplificare il senso di spazio e di tempo. Il ritmo è sostenuto, e non manca la rottura della quarta parete, come nell’uscita di scena di Peppiniello, che infrange la linea invisibile tra attori e spettatori. La celebre scena degli spaghetti, icona di Miseria e Nobiltà, è qui radicalmente reinterpretata. Non più il tavolo stracolmo e la voracità ordinata, ma un gesto quasi performativo: gli spaghetti cadono dal fondale, piovono sulla testa degli attori, che li afferrano e li mangiano in un quadro volutamente surreale, tra fame disperata e simbolismo scenico.

Il secondo atto segna un cambio netto di atmosfera. A vista, due tecnici completano il montaggio di un pavimento sopra le grate, trasformandole in controscena. L’azione si sdoppia: sopra, l’interno borghese; sotto, il mondo dei poveri che continua a muoversi e recitare. L’arredamento borghese sembra quasi sospeso sul ghiaccio, mentre il fondale di luci muta colore seguendo i toni emotivi delle scene. Qui le musiche diventano più presenti e strutturate, ma senza invadere la recitazione. L’ingresso dei “poveri” nella casa borghese avviene in maniera scenograficamente potente: il pavimento si solleva e, attraverso le grate, i personaggi emergono come figure provenienti da un’altra dimensione sociale. Un passaggio che sottolinea il contrasto tra mondi, ma anche la loro inevitabile contaminazione. Il lavoro sui costumi e sul trucco, in questa parte dello spettacolo, assume una connotazione più visionaria. I colori, le forme e le acconciature rimandano all’estetica gotico-fiabesca di Alice in Wonderland di Tim Burton, mentre un particolare accomuna tutti gli interpreti: una base di trucco bianca che esalta il grottesco e conferisce ai volti un’aura sospesa, quasi irreale. La recitazione è corale e coesa.

Sul palco Arena guida un cast capace di mantenere un registro alto sia nella fisicità - notevole l’uso del corpo in rapporto alla scenografia - sia nella gestione dei tempi comici. La comicità, mai fine a sé stessa, è costantemente intrecciata a una critica sociale che, pur restando figlia del testo di Scarpetta, parla in modo diretto al presente: disuguaglianze, finzioni sociali, ostentazioni di status.

L’abilità di Melchionna sta nel tenere insieme due linee: la riconoscibilità di un classico e la libertà di un linguaggio contemporaneo. Così, Miseria e Nobiltà diventa non solo il racconto di un inganno orchestrato per amore, ma anche una riflessione sul teatro stesso come spazio in cui la realtà si traveste, si mostra e si smaschera.

Nonostante la durata di quasi due ore e mezza, l’attenzione del pubblico resta viva dall’inizio alla fine. La costruzione ritmica e visiva dello spettacolo evita qualsiasi calo, e la sensazione è di essere trascinati in un universo teatrale che non concede distrazioni. Il sipario si chiude lasciando un’immagine forte e sospesa, che non cerca una chiusura rassicurante. Lo spettatore resta con il ricordo di un’opera viva, attraversata da un’ironia tagliente e da un immaginario visivo capace di trasformare un caposaldo della tradizione in un’esperienza scenica attuale e sorprendente.

Teatro Eliseo
Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
con Tunnel Produzioni
presentano
MISERIA E NOBILTÀ
regia Luciano Melchionna 
adattamento a cura di Lello Arena e Luciano Melchionna
con Lello Arena, Maria Bolignano, Tonino Taiuti, Giorgia Trasselli
e con  Raffaele Ausiello, Veronica D'Elia, Marika De Chiara, Andrea de Goyzueta,  Alfonso Dolgetta, Sara Esposito, Carla Ferraro,
Serena Pisa, Fabio Rossi, Fabrizio Vona
ideazione scenica Luciano Melchionna
scene Roberto Crea
costumi Milla
musiche Stag
assistente alla regia Ciro Pauciullo
regia Luciano Melchionna
durata due atti di circa 2 ore e mezza

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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