Combinazione o coup de théâtre di Cecilia Gasdia, sovrintendente della Fondazione Arena di Verona? Sta di fatto che ad una delle sei rappresentazioni dell’opera verdiana nella stagione Arena Opera Festival 2025, quella dell’11 luglio, ha fatto eco in molte città del vecchio continente il ciclo di festeggiamenti per l’Art Nouveau di cui si nutre la storica regia di Hugo De Ana griffata 2011: suoi anche scene, costumi e luci con la coreografia di Leda Lojodice.
A evocare immagini e vigori da belle epoque ci si è messa la bacchetta di una donna, Speranza Scappucci (52 anni, romana ma di buon lignaggio etrusco), per la prima volta in Arena alla direzione di un’opera lirica dopo il Requiem di Verdi nel 2021. La sua lettura di Traviata (insieme a Francesco Ommassini che dirige le repliche del 25 luglio e 2 agosto) va premiata per l’impegno nell’aver trovato il giusto equilibrio tra l’intimità dei dialoghi e le distanze areniane, cui hanno diligentemente aderito le varie sezioni (archi soprattutto) dell’orchestra di Fondazione Arena di Verona ed il Coro guidato da Roberto Gabbiani. Direzione asciutta e puntigliosa negli attacchi e nelle chiusure.
Dopo il preludio del primo atto nella semioscurità del vespro, gravido di atmosfere e promesse musicali, l’impatto improvviso del salone delle feste di casa Violetta è grandioso. S’è affollato in un attimo di coro e comparse con un valzer scintillante tra mille bicchieri ricolmi di champagne (Libiamo ne’ lieti calici) a consacrare anche il titolo Unesco per il canto lirico italiano conquistato l’anno scorso con una cerimonia proprio qui a Verona e ricordato il 21 giugno scorso. E pensare che nel 1853 il debutto di Traviata alla Fenice di Venezia fu un fiasco clamoroso. Si parlò di interpreti inadeguati e di allestimento sommario. La verità è che il pubblico non accettò di vedersi coinvolto in presa diretta in una società cui peraltro sentiva di appartenere. “Il tempo giudicherà” scrisse Verdi – ferito anche dalle male lingue per il suo rapporto in quegli anni con Giuseppina Strepponi - ed ha giudicato bene. Traviata, che insieme a Rigoletto e Trovatore completa il “triplete” 1850-1853 di Giuseppe Verdi è una delle opere più rappresentate al mondo. Solo all’Arena di Verona è la 147^ volta dal 1946 a oggi.
Spettacolari ma senza strafare le libertà nell’allestimento di De Ana di anticipare l’ambientazione di una quarantina d’anni rispetto al periodo in cui I’ha pensata Verdi. I simboli di quegli anni d’oro nella Parigi fine secolo, sono eloquenti in ogni angolo del mega palcoscenico di oltre mille metri quadrati (tre volte quello del Metropolitan di New York) che richiamano l’Art Nouveau, con grandi cornici, drappi, tele e apparente gioia a tutti i costi. Il dramma si accende nella casa di campagna di Violetta quando il vecchio Germont le ordina di lasciare il figlio per salvare l’onore della famiglia. Violetta si ribella, ma si sacrifica e accetta. Il suo addio (Amami Alfredo) resta un’icona della musica lirica italiana, come la Marcia trionfale di Aida e il Va pensiero di Nabucco. La scena che segue, a casa di Flora ci fa dono della mirabile coreografia della Lojodice - ripresa da Michele Cosentino e diretta da Gaetano Bouy Petrosino - tra zingarelle e toreri, sinistro presentimento alle tensioni della partita a carte sul filo di note di rara immediatezza come Verdi sa fare, premessa al gesto teatrale di Alfredo nel gettare una manciata di franchi sul volto di Violetta (A testimoni vi chiamo che qui pagata io l’ho). Le tristi sequenze nella camera da letto, tra deliri carnevaleschi. la riscattano e le rendono giustizia, ma è tardi.
Angel Blue ha superato a pieni voti la prova del debutto all’anfiteatro scaligero davanti a oltre diecimila spettatori (molti connazionali della California), con personalità, tra acuti e insidiose coloriture. La sua voce, come da copione, è stata una e trina. Inizialmente brillante, generosa nei gorgheggi e dimostrazioni stilistiche, affrontati con gradevole disinvoltura. Nel finale del primo atto regge con il piglio di una musa il disagio di restare sola in una scena immensa come quella areniana a tu per tu con la notte, il cielo e mille smartphone. Poi il registro si fa lirico e più adatto alle sue corde vocali. Nell’ultimo atto la voce è solo un sussurro, dal lirismo agli acuti filati, gestita con sapiente padronanza scenica e attenzione alle insidie dei “piano”. Ed è proprio nell’evoluzione della sua vocalità, che va di pari passo col personaggio, che sta la chiave di volta di una lettura attenta e appropriata dello spartito, coinvolgendo il pubblico a vivere il “viaggio” della protagonista fino alla morte.
Enea Scala (Alfredo), voce estesa e versatile, attenta al fraseggio, tra le migliori del panorama lirico italiano, ricca di coloriture e di buona tecnica, ha anche manifestato ottime qualità attoriali evidenti nel duetto col padre del secondo atto. Per il “superbaritono” Luca Salsi (Giorgio Germont) è l’ennesima conferma di una voce potente dal timbro inconfondibile e grande presenza scenica. Severo, composto, patriarcale, tutto “Dio, patria e famiglia”, tipico padre verdiano, a volte rabbioso nel colloquio con Violetta in cui s’avverte lo scontro tra generazioni, ma anche commiserazione e comprensione. Interpretazione vocale e scenica di gran classe. L’impulso, poi represso, di dare uno schiaffo al figlio incapace di comprendere il sacrificio di Violetta è stato un “attimo” di raro impatto emotivo.
Nella norma gli altri interpreti: Sofia Koberidze (Flora), Francesca Maionchi (Annina), Carlo Bosi (Gastone), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Jan Antem (Marchese d’Obigny), Gabriele Sagona (Dottore Grenvil), Hidenori Inoue (domestico di Flora/Commissionario) e Alessandro Caro (Giuseppe). Un asterisco particolare a Carlo Bosi. Direttore allestimenti scenici Michele Olcese.









