L'angelo di Kobane (recensione)

Anna Della Rosa, diretta da Simone Toni, presta corpo e voce ad una delle tante storie di disumanità dei nostri tempi

Anna Della Rosa in scena
m&s - Anna Della Rosa in scena (foto © Patrizia Lanna)

Possibile che una terribile storia di guerra diventi una straordinaria esperienza teatrale? Una di quella che obbligano a riflettere sulla crudeltà di certe battaglie, di quelle, oltre più, combattute in nome di un inutile fanatismo religioso? Possibile e certo, poco importa se l'Angelo sia davvero esistito o se sia stato solo una storia idealizzata dai social. Qui, Rehana diventa maledettamente reale e ci trascina, senza scampo, nell'abisso del dolore, fisico e spirituale, che la ragazza è costretta a vivere. Lo scenario geopolitico è quello della Siria settentrionale del 2014, quando il minuscolo villaggio di Kobane - al confine con la Turchia - fu assediato dall’ISIS. In quello che rimane uno dei momenti più tragici della guerra civile siriana, ebbe un ruolo decisivo un gruppo di combattenti chiamato YPJ, formato interamente da giovani donne.

A una di queste eroine è ispirato Angel, terzo capitolo della trilogia Arabian Nightmares con cui il drammaturgo britannico Henry Naylor ha esplorato le complesse vicende medio-orientali, privilegiando sempre lo sguardo di personaggi femminili. Rehana è la figlia di un contadino che vorrebbe vederla alla guida della fattoria di famiglia, anche se la ragazza ha altre passioni ed aspirazioni. La guerra la porterà a fare cose di cui mai si sarebbe creduta capace, trasformandola in un cecchino, fino ad essere catturata dall’ISIS. Ma l'Angelo di Kobane non è solo un ripasso della storia recente. Parla della forza delle donne, di ogni epoca e in ogni condizione. Esplora quegli episodi di guerra in cui si confondono gli amici ed i nemici. Illumina il rapporto con le radici, il punto d’origine per ogni vita, a cui prima o poi si torna. Per Rehana, sarà la sua amata odiata terra madre, da cui voleva fuggire per diventare un avvocato. La pièce diventa quindi, anche, una storia di sogni mancati, di quelli che “possono essere distrutti dalle ambizioni di qualcun altro”.

Tutto questo spaccato di vita di una giovanissima kurda - dal sogno di abbracciare la toga a quello, tragico, di abbracciare un fucile - non potrebbe essere reso meglio se non da una interpretazione intensa e talentuosa come quella di Anna Della Rosa. Rehana soffre, racconta di come evita uno stupro, di come è decisa a ritrovare il padre. Anna sparge sulla tela, che copre il palco, macchie di sangue. Sullo sfondo passano gli scenari, drammatici, di un Paese in fiamme. Il racconto si fa ipnotico, complesso, e tutto il caleidoscopio di emozioni della ragazza diventano le nostre. Non c'è pausa, in questo narrare di dolore. Il palco diventa la strada verso casa che non vorresti percorrere mai. Rehana si difende come ha imparato a fare, suo malgrado. Anna le dà voce, corpo ed anima, sempre vitale e sola. Insieme, corrono verso un epilogo segnato, eppure diverso da quello immaginato. Diverso o, soltanto, reso più tenero, nonostante tutto?
La precisa regia di Simone Toni e le creazioni visive di Christian Zurita, che sostengono benissimo il ritmo del racconto, completano una pièce che rimarrà, senza dubbio, tra le più belle di questa stagione tetrale. Applausi infiniti e di vera empatia per una donna tosta, si direbbe, eppure fragile sotto quella sua corazza che ha dovuto costruirsi.

Alessandro De Falco

L'ANGELO DI KOBANE
di Henry Naylor
versione italiana Carlo Sciaccaluga
regia Simone Toni
con Anna Della Rosa
creazione visiva Christian Zurita
produzione Teatro Nazionale di Genova
durata 1 ora e 15 minuti, senza intervallo

Testata Giornalistica
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