La Bohème 130 (recensione)

Il Premio Fausto Ricci celebra i 130 anni della prima messa in scena al Regio di Torino

La Bohème
m&s - La Bohème: Chiara Guerra e Federico Bonghi (foto © media & sipario)

“In povertà mia lieta scialo da gran signore”. È in questa battuta di Rodolfo, inserita nella famosa romanza della gelida manina, la magia di Bohème di Giacomo Puccini che, grazie al Premio organizzato a Viterbo da oltre un decennio dall’associazione “XXI  Secolo”, ha festeggiato al Teatro Unione il 130° compleanno della prima assoluta - del 1° febbraio 1896 al Regio di Torino - diretta da Arturo Toscanini.

L’allestimento di “Maria Chiara Camponeschi - Music & Arts Productions” con i vincitori del concorso lirico internazionale (ruolo d’Opera) dedicato al baritono viterbese Fausto Ricci, fa tesoro ancora una volta delle risorse locali che negli ultimi anni si sono consolidate in ogni reparto. “Provengo dal canto lirico - ci ricorda - e da molti anni mi dedico nella mia sede operativa in Svizzera a produrre opere liriche con l’obiettivo soprattutto di valorizzare i giovani talenti”. 

La storia di Rodolfo e Mimì sullo sfondo di una Parigi anni Trenta dell’Ottocento, con audio rivoluzionario per quei tempi, assegnò a Puccini il titolo di  erede di Giuseppe Verdi. I librettisti  Luigi Illica e Giuseppe Giacosa si sono ispirati al romanzo  di Henry Murger “Scènes de la vie de bohème”, sia negli  ambienti che negli umori. Sorprende il loro fraseggio poetico, sciolto e serrato, non più legato a  stilemi tardo ottocenteschi,  intriso semmai di termini inusuali per un melodramma, tipo barbitonsore, eureka, l’ora del pranzo di ieri o io t’acconcio per le feste.

Ai quattro bohemien: Rodolfo, Marcello, Colline e Schaunard, giovani e squattrinati ma ricchi di sogni e castelli in aria, si uniscono Mimì e Musetta. Tutti fanno capo a una squallida soffitta sui tetti innevati di Parigi (primo e quarto quadro), passata alla storia come una delle icone del melodramma italiano. Gli altri spazi sono il Quartiere Latino con  il Caffè Momus (secondo quadro) e la Barriera d’Enfer alle porte della città (terzo quadro).

L’amore appassionato e contrastato tra Rodolfo e Mimì è lacerato dalla malattia di lei che morirà di tisi nel letto della soffitta tra le braccia di lui. A mettere insieme l’inossidabile dossier c’è la musica di Puccini che avvolge, precede, accompagna ed esalta le sequenze come in un film, assegnando a ogni personaggio un particolare leitmotiv, in taluni casi di sorprendente vivacità. Pensiamo al padrone di casa Benoit,  al venditore di giocattoli Parpignol o ad Alcindoro, protettore di turno di Musetta. Geniale adesione di melodie e arie a stati d’animo mutevoli e imprevisti: allegria goliardica, innamoramenti, gelosie, amicizia e solidarietà, che fanno di quest’opera un capolavoro musicale di tutti i tempi.

Il maestro Andrea Rossi, che ha sostituito all’ultimo secondo per indisposizione Fabrizio Bastianini, alla guida dell’orchestra “EtruriÆnsemble”, peraltro ben collaudata in ogni sezione, ha affrontato con apprezzabile impegno il compito imprevisto, avendo avuto solo il tempo dell’assestamento che precede la recita. La Bohème si sa è una delle opere più difficili da dirigere per i continui cambiamenti di tempo. Ci si è messa anche l’improvvisa defezione del primo violoncello che non ha certo facilitato l’esecuzione.  

Il regista Stefano Ferrara (sue anche le luci) ha messo in piedi con il concreto sostegno di Giovanni di Mascolo un impianto scenico asciutto e essenziale, arricchito da immagini virtuali su alcuni scorci di Parigi. Vago riferimento agli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso (riconoscibili anche dall’abbigliamento d’antan), quando i giovani di allora, novelli bohemien, vivevano pure loro tra sogni e realtà  in una società che imponeva insopportabili regole di comportamento sociale. Ferrara ha risolto il delizioso quartetto del terzo quadro con una soluzione convincente: Rodolfo e Mimi ai lati della scena e Marcello e Musetta (per i loro gradevoli battibecchi) al centro. Di Mimì emergono risvolti in genere poco indagati. Ci tiene a precisare Ferrara: “E’ meno suora del solito e più maliziosa. È lei a gestire l’incontro con Rodolfo, irretendolo con la candela spenta e la chiave della stanza volutamente dimenticata sul pavimento”.

Il loro amore però non dura, come i fiori di carta di Mimì che non hanno odore: ci sono di mezzo le incomprensioni, la salute malferma della ragazza e la mancanza di soldi a cui Rodolfo sa di non poter porre rimedio. Per Musetta è diverso. Le sue occasionali relazioni amorose dettate dalle necessità quotidiane non lasciano il segno su Marcello, il macho di turno che alla fine sa perdonare. È più “civetta” di Mimì e capace anche di gesti generosi. 

Le voci sono giovani e come tali da apprezzare per la spontaneità e la voglia di esserci. Chiara Guerra (Mimì) si avvicina a grandi passi al traguardo di cantante lirica nel senso pieno del termine. Lo ha dimostrato superando con disinvoltura le insidie del primo quadro. Affronta “Son andati” con un tempo un po’ lento, creando un attimo di scollamento con l’orchestra, ma si riprende subito. La voce brillante di Claudia Ceraulo (Musetta), che si fa sensuale nel secondo quadro, si  trasforma nel finale, con meritevole disinvoltura, in registri più gravi e drammatici. Federico Bonghi (Rodolfo) ha i fondamentali in regola, compresi fraseggio e legato. Il suo do di petto è squillante; non può che migliorare. Gianmarco Durante (Marcello), dalla voce solida ed esuberante, volutamente poco nobile, è una piacevole sorpresa sia per il portamento, che per le capacità espressive (nella replica, Paolo Ingrasciotta).

Completano il cast Francesco Cascione (Schaunard), dotato di un ottimo timbro, Giovanni Augelli (Colline), molto bene la sua “Vecchia zimarra”, Luca Gallo (Benoit e Alcindoro) e Alessandro Fiocchetti (Parpignol). Coro dell’ensemble ben assestato nei movimenti al Quartiere Latino. Trucco e parrucco Andrea Marchi, costumi di Giulia Bazzu. Ripetuti applausi del numeroso pubblico. “Siamo alla sesta produzione - ricorda Giuliano Nisi, patron dell’associazione “XXI Secolo”- dopo Cavalleria Rusticana, Elisir d’amore, Don Pasquale, Pagliacci e Traviata. Lo consideriamo un grosso traguardo per una città come Viterbo dalle antiche tradizioni per l’opera lirica”.

Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
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