Bohème al Maggio: una botta di vita (recensione)

In scena a Firenze lo storico allestimento 2017 firmato da Bruno Ravella per la direzione di Diego Ceretta

Bohème al Maggio
m&s - Bohème al Maggio (foto © Michele Monasta)

È sempre così. Ogni volta che rivedi la Bohème di Giacomo Puccini avverti un senso di serena nostalgia per la giovinezza perduta, i ricordi dei primi amori, i sogni e le chimere, l’anima milionaria. Tutto merito di un testo azzeccato, sulle rime di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica (dal romanzo di Henri Muger “Scene di vita della bohème”) e di una musica che scorre via come un film, immediata e “impressionista”, del tutto aderente alla narrazione, per scandire tempi, arie e silenzi su improvvisi e imprevedibili umori dei vari protagonisti.

L’allestimento firmato da Bruno Ravella nel 2017, ripreso in questi giorni con lodevole cura da Stefania Grazioli, nella Sala Grande del Maggio Musicale Fiorentino (otto recite) e scene di Tiziano Santi, è un gradito cadeau natalizio a conclusione di un anno speciale e Santo, votato alla “Speranza”, come quella gridata da Rodolfo nel suo “do di petto”. Dal 1929 ad oggi  si contano, ad onore del Maggio, trenta produzioni del capolavoro pucciniano con oltre 170 recite. Va ricordato che la prima volta di Bohème a Firenze fu all’allora Teatro Pagliano (oggi il “Verdi”)  il 16 aprile 1896 e che la prima assoluta venne allestita due mesi prima, il 1° febbraio, al Regio di Torino diretta da Arturo Toscanini.

Stavolta Orchestra e Coro (preparato da Lorenzo Fratini) del Maggio Musicale Fiorentino sono nelle mani e nelle grazie di Diego Ceretta per la prima volta al Maggio con un’opera lirica, cui va il merito di aver sapientemente scandito col cuore e la bacchetta le reazioni musicali e teatrali interpersonali, perfino la mimica, tra i vari personaggi in dialogo tra loro. La soffitta del primo quadro, dalle ampie vetrate sul cielo e i tetti di Parigi, non odora di camino, né di cucina, ma effonde a piene mani saperi e speranze giovanili in quegli anni Trenta dell’Ottocento, quando la “Ville Lumière”  s’avviava  a diventare la capitale culturale d’Europa.

L’incipit, ficcante e asciutto di sapore sinfonico, col sipario ancora in apertura, prepara l’incontro tra Rodolfo e Mimi gestito dalla regia con scrupolosa aderenza alle puntigliose indicazioni di Puccini, dopo un divertente siparietto con lo stagionato padrone di casa Benoit, alla ricerca dei quattro soldi del trimestre di affitto per una scappatella al Mabil con qualche donnina allegra. Tra i due protagonisti dell’opera c’è subito intesa. Condividono gioventù, povertà lieta, primavere, sogni, speranze e il profumo d’un fiore. Ma Mimì è malata e Rodolfo è già consapevole che non potrà curarla. 

Frequenti gli scherni e le battute ironiche tra Colline, Shaunard e Marcello, che nel secondo quadro si scambiano pensieri e impressioni del tipo “Dio che concetti rari” e benedicono l’ingresso di Mimì nell’allegra “Compagnia della soffitta” con un rituale di sapore goliardico: digna est intrari.

Nel Quartiere latino c’e festa e confusione per la vigilia di Natale. Il crocicchio davanti al Cafè Momus è affollato di borghesi, sartine, studenti, monelli, avventori, bottegai, artisti di strada. Perfino un mucchio di giocattoli con l’eccentrico Parpignol, segnalato da un gradevole motivetto. Tra loro si fanno largo premurosi camerieri e le anse provocanti di Musetta dedicate all’attempato Alcindoro, protettore di turno, e soprattutto al “suo” Marcello con cui condivide un acceso conflitto amoroso. L’aria deliziosa “Quando men  vo’” è il prologo alla trovata della scarpa rotta per liberarsi del vecchio. “Corri, presto! Ne voglio un altro paio…” e subito Marcello esplode in un recuperato sussulto d’amore “Gioventù mia tu non sei morta”. Il geniale ambaradam del Quartiere latino è un vero tabù per i direttori d’orchestra che devono governare i mille stimoli della scena: voci, coro, voci bianche (ben guidate da Sara Matteucci), comparse, perfino le cadenze della banda musicale che accompagna la “Ritirata”. Il maestro  Ceretta ha dato prova di grande mestiere sia negli attacchi, che e nelle continue sovrapposizioni dei tempi.

La barriera d’Enfer del terzo quadro. segnalata da una garitta con barra di accesso, fa da sfondo di buon mattino al triste addio tra Rodolfo e Mimì. Deliziosi gli spunti musicali iniziali, percorsi da gradevoli leitmotiv, ad accompagnare i movimenti ancora assonnati di guardie, doganieri, spazzini, lattivendole, appena riconoscibili tra la fitta nebbia. Rodolfo manifesta all’amico Marcello il suo amore per Mimì, condizionato però dalla sua malattia e dalla impossibilità di provvedere alle sue cure. I due amanti decidono di rimandare il distacco alla prossima primavera. Nel duetto finale, colorito dai battibecchi di gelosia tra Marcello e Musetta, Puccini dà il meglio di sé, con trovate musicali di rara originalità.

Il dramma si compie nel quarto quadro, nel momento in cui i quattro inseparabili “Moschettieri” Rodolfo, Marcello Schaunard e Colline si lasciano andare a lazzi e danze per sostenere una gioventù ormai alle corde. L’arrivo improvviso di Musetta “C’è Mimì che mi segue e che sta male” è il triste presagio che cambia tutto: la musica, l’ostentata goliardia, la spensieratezza giovanile. Mimì muore come desiderava tra le braccia di Rodolfo e lo fa nel modo più semplice e spontaneo ricordando la felicità dei vecchi tempi e i segreti del loro primo incontro. Ormai è tardi. “Sono andati fingevo di dormire” sarà il suo canto d’addio, nel ricordo di un amore giovanile e triste.

Alla replica del 28 dicembre 2025, cui abbiamo assistito, gli interpreti  hanno manifestato accurata conoscenza dei ruoli per averli più volte rappresentati. Nombulelo Yende, sudafricana di origine, nella parte di Mimì, ha dalla sua buona dizione, accompagnata da una teatralità ben studiata nei dettagli, come dimostrato soprattutto nel terzo quadro. Ottima vocalità e capacità di controllo nei passaggi più insidiosi, come quello “che parlano d’amor, di primavere”. Davide Giusti, marchigiano, nel ruolo di Rodolfo conferma le sue doti maturate in diverse esperienze anche sinfoniche; voce squillante attenta ai legati e alle coloriture. Elisa Balbo (originaria della Liguria) ha consegnato a Musetta un timbro vocale fresco e morbido, ma anche una rara eleganza teatrale e apprezzato self- control. Il suo “valzer”  seduta su una inaspettata altalena non l’ha affatto turbata. Di buona fattura il “Marcello” di Francesco Samuele Venuti (nativo della Puglia). Voce solida e sempre sotto controllo, senza mai cedere a tentazioni di forzature, una vera volpe di palcoscenico. Negli altri ruoli Giuseppe Toia (Schaunard), Manuel Fuentes (Colline), molto applaudita “Vecchia zimarra”  e Davide Sodini  (Benoit e Alcindoro). Luci di Emanuele Agliati (firmate da D. M. Wood), costumi di Angela Giulia Toso. Sala Grande del “Maggio” esaurita. Dieci minuti  di applausi.

Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
Change privacy settings