Lo spettacolo inizia prima che qualcuno parli. Una musica accompagna l’ingresso in sala, mentre sul palco un velatino bianco si offre come superficie neutra, pronta a ricevere immagini e parole. Frasi scorrono lentamente, insieme a proiezioni che non illustrano ma insinuano. Gli oggetti sono essenziali: un quadro, un cubo colmo di bicchierini, alcuni sgabelli. È una scena che non racconta, ma prepara. Una soglia. Dal Sottosuolo – Underground comincia così, costruendo un clima prima ancora di costruire un’azione.
Nel primo episodio la scena viene subito attraversata. L’attore entra come un conduttore televisivo, con il ritmo e la sicurezza di chi è abituato a tenere il controllo. La quarta parete non viene rotta: viene aggirata. Il pubblico è coinvolto fin dal principio, chiamato a riconoscere un linguaggio familiare, quello del gioco-show, e ad accettarne le regole. Sul velatino compaiono gli “ospiti” televisivi, figure mediate dallo schermo con cui il presentatore dialoga, alternando ironia e ambiguità.
Il gioco scenico prende forma quando due spettatori vengono invitati a salire sul palco e a diventare concorrenti. Da quel momento, la platea entra nel cuore dell’azione. Le scelte non restano astratte: diventano pubbliche, condivise, votate. Il pubblico è chiamato a decidere, a schierarsi, a sostenere una posizione. Due maschere teatrali attraversano la sala distribuendo bicchierini di vodka agli spettatori: un gesto che sembra conviviale, ma introduce una dimensione perturbante, quasi rituale, capace di alterare la percezione e di abbassare le difese.
Lo spettatore non è chiamato a immedesimarsi, ma a esporsi. La partecipazione richiesta non produce empatia immediata, bensì attrito. È in questo attrito che il teatro ritrova una funzione politica, non dichiarata ma agita, capace di mettere in crisi la comfort zone del guardare. La leggerezza del gioco si incrina progressivamente e il meccanismo televisivo, così riconoscibile, rivela la sua natura manipolatoria. Ogni decisione porta con sé un peso che non può essere ignorato. Il riferimento a Dostoevskij resta sotterraneo, ma agisce con forza: il sottosuolo non è un luogo narrativo, è uno stato mentale.
Il tempo scenico gioca un ruolo decisivo nell’esperienza. Non è mai disteso, né davvero frenetico, ma costantemente sotto pressione. L’alternanza tra accelerazioni improvvise e momenti di sospensione impedisce allo spettatore di trovare un equilibrio stabile. Anche l’attesa diventa parte del gioco teatrale: un’attesa che carica le decisioni di un peso ulteriore e rende evidente come il disagio non nasca solo da ciò che accade, ma da come il tempo viene fatto agire sulla scena.
Due episodi, due forme, due linguaggi. Eppure ciò che accade non è una giustapposizione, ma un unico percorso che si completa solo nel passaggio dall’uno all’altro.
Nel secondo episodio il linguaggio cambia radicalmente. La scena si sposta dietro il velatino, dove la regia audio è visibile. La performer diventa dj e guida una partitura dal vivo che intreccia musica elettronica, immagini e parole. Sullo schermo appare anche il software con cui i brani vengono mixati in tempo reale. La scrittura avviene sotto gli occhi del pubblico: ciò che viene digitato compare immediatamente, rendendo trasparente il processo creativo.
Qui il coinvolgimento dello spettatore si fa meno frontale, ma non meno incisivo. Articoli di giornale, estratti di testi, frammenti di interviste si accumulano in un flusso che interroga il presente senza offrire appigli rassicuranti. La musica non accompagna, ma struttura il tempo e il senso. Nella coreografia finale, il corpo della performer diventa luogo di scarico e resistenza, tentativo di esorcizzare un dolore che non è solo individuale, ma collettivo.
Le luci non cercano effetti né sottolineature. Restano funzionali, quasi invisibili, e proprio per questo permettono allo sguardo di concentrarsi sull’azione e sulle reazioni che essa produce. I costumi, contemporanei e non caratterizzanti, evitano qualsiasi tentazione iconografica: non costruiscono personaggi, ma presenze riconoscibili, restituendo alla scena un tempo condiviso con quello dello spettatore.
La forza di Dal Sottosuolo / Underground sta nella coerenza del suo impianto complessivo. I meccanismi ludici e tecnologici non sono accessori, ma parte integrante della scrittura teatrale. Il velatino funziona come confine e come filtro, la regia a vista smaschera il controllo, la partecipazione del pubblico mette in crisi ogni posizione comoda. Bianco e nero, nichilismo ed empatia convivono senza mai risolversi in una sintesi rassicurante.
Quando l’esperienza si conclude, non resta una scena da ricordare, ma una sensazione persistente. Non una risposta, ma un’inquietudine. Dal Sottosuolo – Underground non chiede consenso né conforto. Chiede presenza. Chiede di attraversare un percorso che mette in discussione il modo in cui scegliamo, giudichiamo, partecipiamo. È un teatro che non assolve e non condanna, ma espone. E nel farlo costringe a guardare il sottosuolo non come un altrove oscuro, ma come una parte viva, inevitabile, del nostro stare al mondo.
Dal Sottosuolo / Underground
di e con Barbara Mazzi e Francesco Gargiulo
con la partecipazione di Christian Di Filippo
consulenza artistica Marco Lorenzi
consulenza drammaturgica Enrico Pastore
consulenza tecnica Adriano Antonucci, Massimiliano Bressan, Giorgio Tedesco
musiche originali Elio D’Alessandro
produzione A.M.A Factory in coproduzione con Teatro Libero di Palermo
dal progetto Fahrenheit 2020 #ArtNeedsTime ideato da Il Mulino Di Amleto
durata 60 minuti









