Svizzera, anno 1991. Il mondo occidentale ha visto con soddisfazione (e qualche timore) la caduta del Muro di Berlino e al termine di un concerto - percepito dal diretto interessato come disastroso - il celebre direttore d'orchestra Hans Peter Miller (Carlo Greco) si è appena ritirato, furioso, nel proprio camerino. Unico motivo per trovare un leggero sollievo, il prossimo trasferimento a Berlino per divenire il nuovo direttore artistico dei Berliner Philharmoniker, in avvicendamento a Herbert Von Karajan, praticamente il punto di maggior successo personale cui possa aspirare ogni musicista dell'epoca.
Un insistente bussare alla porta del camerino annuncia l'ingresso di un particolare e inopportuno ammiratore, Léon Dinkel (Giuseppe Pambieri), un cordiale uomo di mezza età, che ha affrontato un viaggio dal Belgio per conoscere il direttore d'orchestra, scambiare due parole, ricevere un autografo e fare una foto. Come ogni fan è incurante del malumore e della stanchezza della sua "star" che, prima cordialmente (ma con ostentata sufficienza), poi piuttosto disturbato, si presta comunque a soddisfare i suoi tanti "desiderata".
Quello che Miller non sa è che il "fervido ammiratore" ha uno scopo ben preciso, non si tratta semplicemente di un epigone del Tenente Colombo che, come il celebre poliziotto americano, cita continuamente la moglie Anah ed avanza richieste a dir poco bizzarre, come il voler sostenere - da dilettante - un'audizione, addirittura suonando il prezioso violino del Maestro. Inutile precisare che la sua esecuzione di "Eine Kleine Nactmusik" (Piccola serenata notturna) di Mozart è a dir poco "stonata", ma l'emozione, ammette l'improvvisato violinista, ha avuto conseguenze sul suo "pizzicato", altrimenti più valido.
Malgrado sia stato già liquidato più volte, anche bruscamente, Léon insiste con la sua presenza e sente l'esigenza di svelare ad Hans che in realtà è di cittadinanza tedesca e si chiama Dinkelbach. Arriva al punto di sottrarre la chiave del camerino - chiudendosi all'interno con l'incredulo artista - e strappare il cavo del telefono, per essere completamente isolati. Oggi lo definiremmo uno stalker, di quelli che ossessionano la vita dei divi, ma man mano che si chiarisce il ruolo, si capisce anche il grave motivo che sta guidando ogni suo gesto, per bizzarro che sia.
"Come sport nazionale: chiudere gli occhi" oppure "Abbiamo la stessa passione: i mostri" o "Chiudevate le finestre, come chiudevate le coscienze" sono alcune tra le tante battute che Dinkel(bach) pronuncia, alternando toni più allegri (da fan) ad altri più cupi e inquietanti, che costringono il direttore d'orchestra al ricordo di quel passato personale che sistematicamente aveva cercato, oramai inutilmente, di cancellare.
La minaccia con una pistola e la visione di una foto risalente alla Seconda Guerra Mondiale costringono Rudolph Keitel (è questo il vero nome dell'artista) ad ammettere il suo passato in divisa, a fianco del padre, nel campo di concentramento di Birkenau. Ma le sorprese non sono ancora finite, perché l'ammiratore ha con sé anche un regalo. Léon Pambieri inchioda Hans Greco alle proprie responsabilità, conducendo lucidamente il suo gioco e il destino di una vita che sa essere nelle sue mani come una Parca del '900, ma non c'è da parte sua il minimo compiacimento. "Ma non potete dimenticare?", "Lasciatemi andare a casa, per favore!" sono suppliche destinate ad essere accolte o respinte?
Una costruzione ineccepibile di un racconto teatrale che coinvolge immediatamente lo spettatore, colpito dalla grande interpretazione dei due protagonisti, in grado di modulare voce, gesti ed espressioni e aggiungere così qualità a qualità. Un testo praticamente perfetto, scritto come un "giallo" di Agatha Christie dove nulla è mai lasciato al caso e ogni momento narrativo si lega perfettamente al successivo. Giuseppe Pambieri e Carlo Greco (solo noi ne abbiamo notato una leggerissima somiglianza con Gianrico Tedeschi?) indossano perfettamente gli abiti dei due personaggi e si mettono al servizio - mai una sbavatura da parte loro - di un Moni Ovadia, regista dalla "bacchetta" delicatissima, al suo dichiarato debutto con la prosa (visto il risultato ottenuto ci rammarichiamo non lo abbia fatto prima).
Da vedere perché è giusto non dimenticare una delle più grandi vergogne del '900 (ma a quanto pare ci stiamo mettendo tanto impegno per farlo). Da vedere perché è doveroso ascoltare patetiche giustificazioni come "Io non volevo fare quello che ho fatto. Io non avevo scelta" o "Se non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto un altro al mio posto", scarichi di responsabilità totalmente inutili, già "tentati" da altri, l'ascolto ci ha evocato l'interrogatorio di Adolf Eichmann nel corso del processo del 1961. Da vedere perché - come è stato dichiarato - rimarrà il "ricordo di una serata indimenticabile". Da vedere perché la "nota" sarà anche "stonata", ma è incredibilmente teatrale.
Golden Show S.r.l. Impresa Sociale,
Teatro della Città di Catania e Festival Teatrale di Borgio Verezzi
con il contributo di Regione Lazio - Assessorato alla Cultura e Mibact
presentano
NOTA STONATA
Fausse Note di Didier Caron
traduzione di Carlo Greco
regia Moni Ovadia
con Giuseppe Pambieri e Carlo Greco
scene Eleonora Scarponi
costumi Elisa Savi
luci Daniele Savi
asssistente alla regia Mario Brandolin
riconoscimenti Premio della Camera di Commercio delle Riviere Liguri (spettacolo di maggior successo al Festival di Borgio Verezzi 2020)
durata un atto unico da 90 minuti







