Anna Cappelli (recensione)

Tra oggetti, memoria e deriva, ritroviamo Claudio Tolcachir e Valentina Picello (vedi Edificio 3)

Anna Cappelli
m&s - Valentina Picello in Anna Cappelli (foto © Alfredo Torriello)

Non c’è un momento preciso in cui lo spettacolo comincia. Quando prendiamo posto, la scena è già abitata: un corpo in movimento, azioni accennate, parole che sembrano restare sospese. L’attrice è lì, prima di tutto, e non introduce, non prepara, ma espone una condizione.

Anna Cappelli, monologo scritto da Annibale Ruccello nel 1986, prende forma nella regia di Claudio Tolcachir attraverso una struttura scenica che fin da subito disorienta e coinvolge. Quella che inizialmente può sembrare una fase di training – un riscaldamento, una preparazione – si rivela invece già parte integrante della costruzione. Noi entriamo dentro qualcosa che non ci aspetta, e proprio per questo ci costringe a ridefinire lo sguardo.

Lo spazio scenico si presenta come un interno disarticolato e trascurato, quasi abbandonato. Un lampadario con le lampadine accese poggiato a terra, una poltrona, una cyclette, una lavatrice, uno specchio, un tavolino, un frigorifero riverso: oggetti domestici che non sembrano più appartenere a una casa viva. A ricoprire il palco, una superficie di gommapiuma marrone che restituisce immediatamente l’impressione di un terreno. Non un ambiente abitabile, ma qualcosa che riaffiora, come se fosse stato sepolto.

Fin dalle prime battute comprendiamo che Anna non si muove in uno spazio realistico, ma in una dimensione che risponde a una logica emotiva. Fuggita da un contesto familiare oppressivo, trasferitasi in una nuova città in cerca di autonomia, trova nel lavoro in Comune e nella convivenza con il ragionier Tonino Scarpa una stabilità che si rivela presto fragile. Il desiderio di sistemazione, che per lei coincide con riconoscimento e appartenenza, si incrina nel momento in cui quell’equilibrio mostra tutta la sua precarietà.

Il racconto procede per frammenti, ritorni, scarti improvvisi. Noi seguiamo Anna mentre ricompone la propria storia, oscillando tra lucidità e cedimento. In questa oscillazione il testo di Ruccello rivela tutta la sua ambiguità: una black comedy in cui il sorriso nasce come distorsione, mai come alleggerimento.

Ed è qui che la prova dell’attrice si impone con forza. La sua presenza scenica è solida, continua, mai esibita. Riesce a sostenere l’intero arco del monologo con un controllo notevole, lavorando su variazioni minime ma decisive. Il dialogo con i personaggi assenti – Tonino, la padrona di casa, le figure evocate – è costruito con una precisione tale da renderli credibili. Non li vediamo, ma finiscono per occupare uno spazio reale. I tempi di risposta, gli sguardi, le pause restituiscono una relazione autentica.

Particolarmente efficace è la costruzione delle scene con Tonino. Il momento del rapporto, affidato esclusivamente al lavoro dell’attrice, evita qualsiasi forzatura e raggiunge un livello di credibilità raro. Non c’è compiacimento, ma una misura che rende quella presenza invisibile sorprendentemente concreta. È uno dei passaggi in cui la qualità della prova emerge con maggiore evidenza.

Allo stesso tempo, è interessante notare come l’attrice riesca, in alcuni momenti, a smorzare la tensione tragica con scarti più leggeri, quasi improvvisi. Alcuni inserti musicali contribuiscono a creare brevi sospensioni, interrompendo per un attimo la linea emotiva dominante. Ci chiediamo se questa scelta sia pensata per alleggerire o per accentuare, per contrasto, la deriva successiva. In ogni caso, il risultato è un ritmo che evita la monotonia e mantiene viva l’attenzione.

Gli oggetti in scena non restano mai passivi. Vengono utilizzati, trasformati, piegati a una logica che supera la loro funzione originaria. La lavatrice diventa altro, il frigorifero si apre rivelando una luce interna, la cyclette entra nel flusso dell’azione, una giacca si trasforma in un giaciglio improvvisato. Anche piccoli elementi, come una collana o degli orecchini raccolti da terra, contribuiscono a rafforzare la sensazione di uno spazio vissuto, abbandonato e poi riemerso. Tutto concorre a costruire un ambiente instabile, in cui nulla è davvero fissato.

Da questa composizione emerge con forza una suggestione: quegli oggetti sembrano affiorare da un sottosuolo, come resti che tornano in superficie. La gommapiuma assume così una valenza ulteriore, diventando un terreno che custodisce e restituisce. La sensazione è quella di trovarsi davanti a uno spazio che ha qualcosa di cimiteriale. Non in senso esplicito, ma come percezione costante. Gli oggetti appaiono come presenze sepolte, quasi tombe che emergono dal terreno. Anche il lampadario a terra, acceso, contribuisce a questa immagine, come un relitto luminoso che continua a resistere.

Il lavoro registico si inserisce con coerenza in questa visione, costruendo un equilibrio attento tra materia scenica, ritmo e progressione emotiva. Nulla sembra lasciato al caso: ogni scelta contribuisce a definire un percorso preciso, senza mai risultare invasiva. Il disegno luci sostiene con precisione questo andamento. I coni provenienti dall’americana e l’uso mirato dei sagomatori isolano momenti e dettagli, costruendo un percorso visivo coerente. La luce non invade mai la scena, ma la incide, accompagnando le trasformazioni senza sovraccaricarle.

Tra i momenti più intensi, la scena del pianto legata a Tonino segna un passaggio netto. Il “tu sei la mia vita” emerge come un canto che è allo stesso tempo dichiarazione e cedimento, una linea vocale che si spezza senza interrompersi davvero.

Il finale concentra tutto in un’immagine precisa. Il frigorifero, illuminato dall’interno, si apre come una presenza inattesa, quasi una bara domestica. Anna vi entra, inglobata da quella luce fredda. Non cerchiamo spiegazioni, né lo spettacolo sembra volerle offrire. Restiamo dentro una visione che chiude senza chiudere davvero.

Usciamo dalla sala con la sensazione di aver assistito non tanto a un racconto, quanto a un progressivo scivolamento. Ed è in questa capacità di insinuarsi, più che di dichiararsi, che questo Anna Cappelli trova la sua forza più evidente.

ANNA CAPPELLI
di Annibale Ruccello
con Valentina Picello
scena Cosimo Ferrigolo
luci Fabio Bozzetta
produzione Carnezzeria, Teatri di Bari, Teatro di Roma
in collaborazione con AMAT & Teatri di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
foto di scena Luigi Angelucci
regia Claudio Tolcachir 
durata 60 minuti

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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