Lupi e migranti in Residenza Artistica

La residenza artistica è una particolare forma di ospitalità teatrale con restituzione sul territorio

Per essere più chiari (ammettendo che non lo siamo stati) si agevola il contatto diretto tra artista e territorio ospitante, con la costruzione progressiva di un nuovo progetto e la "restituzione" di quanto realizzato in forma di data zero a prezzi scontatissimi, se non gratuitamente.

Il Teatro delle Condizioni Avverse è particolarmente attivo nella Bassa Sabina (area geografica individuabile principalmente nella provincia di Rieti, nel Lazio) e su questo territorio, di conseguenza, possiamo trovare molte delle residenze artistiche che la compagnia teatrale propone al suo pubblico. Artisti diversi con temi diversi che si scostano ampiamente dal classico canone dello spettacolo teatrale (difficilmente vedrete la messa in scena di un'opera shakespeariana o l'allestimento di un musical), ma non per questo sono meno apprezzabili, anzi. Le proposte che finora abbiamo avuto il piacere di vedere hanno infatti presentato un racconto di narrazione legato al territorio sabino e una favola fantasy declinata nella forma del teatro di strada, di conseguenza ci avviciniamo ai loro progetti di residenza sempre con la certezza che ci attende qualcosa di particolare, che sfugge dalle tradizionali programmazioni di sala.

La prima artista che ci presenta la sua opera è Francesca Camilla D'Amico, attrice e autrice di uno studio scenico sulla figura di Paolo Barrasso, biologo italiano, scomparso nel 1991. Il testo, dal titolo "Paolo dei lupi", per la regia di Roberto Anglisani, si propone di raccontare attraverso il semplice linguaggio della narrazione per bambini l'enorme importanza del lupo come elemento dell'ecosistema che ci ostiniamo a distruggere giorno dopo giorno. Lo spettacolo aiuta a confutare anche le tante "invenzioni" costruite contro questo animale, che la storia ci riporta essere malvagio, aggressivo e soprattutto ostile all'uomo, quando l'ostilità è tutta, invece, da parte dell'essere umano. Francesca Camilla D'Amico nella parte introduttiva del suo monologo presenta il lupo per quello che è: un animale che vivrebbe tanto bene facendosi i fatti suoi (nostra licenza poetica) se non intervenisse costantemente l'altro animale, quello che si considera più intelligente, a massacrare quello che la Natura aveva perfettamente bilanciato. Un racconto a più voci, quella di Paolo Barrasso, quella di Simone, un bambino che il ricercatore incontra in uno dei paesini ai piedi delle montagne d'Abruzzo, sulla Majella, quelle degli anziani che perpetuano nei più giovani i racconti di lupi feroci, che mangiano greggi e bambini, che bisogna temere (e questo non sarebbe nemmeno sbagliato, visto che pur sempre si tratta di un animale selvatico e non di un peluche), ma che soprattutto bisogna uccidere. La scomparsa per un incidente in montagna di Paolo Barrasso ne ha quasi cancellato l'esistenza dalla memoria collettiva e scientifica: "Paolo dei lupi" ha anche lo scopo di rendere merito a chi si è dedicato alla sua salvaguardia, parlandone proprio alle nuove generazioni.

Cambiamo argomento, ma nemmeno troppo, con la seconda residenza artistica, quella dell'attore albanese Matia Llupa che si sta occupando di un progetto scenico di improvvisazione sui migranti, per la regia di Lello Serao, incentrato su quelle persone che non hanno più radici, che non vivono più nella "casa sul confine dei ricordi" (citazione da "Radici" di Francesco Guccini, 1972), perché non hanno più ricordi da custodire e quei pochi che hanno sono fatalmente dolorosi. Il lavoro di Matia Llupa, "Immigrati nel mio Paese", si nutrirà in scena delle sensazioni e restituzioni da parte del pubblico, rendendo così unica ogni sua rappresentazione, perché al cambiare degli spettatori necessariamente avviene un mescolarsi di stati d'animo che potrebbero portare la durata dello spettacolo da 10 minuti a 9 ore (non siamo certi che stesse scherzando). E' in ogni caso una forma di grande disagio sociale che parte da una nazione, l'Albania, che - dopo il grande esodo agli inizi degli anni '90 (è indelebile nella memoria di chi c'era la visione della nave con migliaia di disperati a bordo) - non è ancora riuscita a trovare un suo equilibrio e una sua identità nazionale. Un problema che non si può ignorare e che non si può continuare a pensare che riguardi "altri", perché gli altri, lo si voglia o meno, siamo sempre noi, basterebbe poco per capirlo.

Dalla corretta percezione e salvaguardia del lupo alla corretta percezione e presa di coscienza della migrazione: due tematiche che è giusto e lodevole che il teatro affronti e dia il proprio contributo per una maggiore sensibilizzazione. L'augurio è che non si rimanga confinati al solo ambito culturale, fondamentale sicuramente, ma sono poi "altri" (qui è corretta la distinzione) che devono concretamente prendersi carico dei problemi e dare soluzioni. Il Teatro purtroppo non è dotato di quegli strumenti necessari alla soluzione, se ne avesse probabilmente vivremmo tutti meglio. 

PAOLO DEI LUPI
di e con Francesca Camilla D'Amico
Tutor artistico interno: Lidia Di Girolamo
Tutor artistico esterno: Roberto Anglisani
Tutor tecnico: Andrea Maurizi
Facilitatore territoriale: Anna Di Lorenzo
Tecnico di sala: Alessio Dantignana

IMMIGRATI NEL MIO PAESE
di e con Matia Llupa
Tutor artistico: Lello Serao
Tutor tecnico, multimediale e di preparazione residenza: Stefano Pace
Referente del territorio: Federica De Francesco
Responsabile della comunicazione: Paolo Di Reda
Critico teatrale: Simone Nebbia
Fotografie e video: Francesco Galli e Stefano Pace

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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