Vittorio Storaro: Writing with Light

Ombre e Luci, fotografia e pittura: la particolare forma di scrittura di Vittorio Storaro in mostra

Siamo abituati a vederne le creazioni in forma cinematografica, costituisce quindi una piacevole scoperta averle sotto gli occhi in modalità statica e non al buio della sala. E presentate direttamente dal suo autore, presente all'inaugurazione.

“Penso che l’immagine, come linguaggio del cinema, sia formata dal conflitto e dall’armonia di due elementi fondamentali della nostra vita: l’ombra e la luce. Penso che la luce, come punteggiatura di una parte fondamentale del vocabolario cinematografico attraverso la sua scrittura, formi la magica parola: foto-grafia. Penso che la fotografia, quando espressa in movimento, rappresenti la massima possibilità di espressione individuale su uno schermo, per uno dei co-autori dell'imagine: l'Autore della cinematografia”.

In traduzione, il titolo è Scrivendo con la Luce, e mai titolo poteva essere più adatto quando riferito ad un maestro della fotografia. È una mostra che si snoda in un percorso, non solo concettuale ma anche fisico, realizzato per celebrare il più volte Premio Oscar per la fotografia Vittorio Storaro (per "Apocalypse Now" del 1979, di Francis Ford Coppola; Reds del 1981, di Warren Beatty e "L'ultimo Imperatore" del 1987, di Bernardo Bertolucci).

Il direttore della fotografia “scrive” e ha “scritto” il suo viaggio professionale con la luce e non solo, anche con le ombre che fanno parte della vita di tutti i giorni e dalle quali è rimasto influenzato, studiando gli artisti del passato, siano essi stati scrittori, filosofi o pittori. Platone in primis con il Mito della Caverna e poi Caravaggio, ma anche Paolo Uccello e Sandro Botticelli, a dimostrazione del forte legame che esiste e che è sempre esistito tra cinema e arti figurative. E così ecco che la luce di “Addio fratello crudele” (1971, di Giuseppe Patroni Griffi) e soprattutto le ombre, sia fotografiche sia concettuali, saltare virtualmente dalle pennellate di Paolo Uccello alla pellicola e le canne dell'immagine a doppia esposizione (tutte opere stampate su forex, tela o canvas, direttamente dall'archivio personale del maestro) “simulare” le lance della “Battaglia di San Romano”.

O il taglio fotografico - prima dell'invenzione della fotografia - del Caravaggio, pittore amatissimo, prendere nuovamente vita nelle immagini tratte da “Il Giordano Bruno” con Gian Maria Volontè, l”Orlando Furioso” di Luca Ronconi e il “Caravaggio” televisivo con Alessio Boni. Giochi di sguardi e linee di visione prospettica impostate su un'immagine fotografica che imparano dai migliori manuali di percezione visiva e guardano direttamente a quel Merisi che non aveva paura di mettere a disagio l'osservatore, dipingendo un personaggio che lo fissava o un piede che, impertinente e senza ritegno, sembrava quasi assestare un calcio.

I "film" accolgono i visitatori con lo stesso notevole impatto emotivo che gli stessi hanno percepito vedendoli al cinema, mostrando fotogramma dopo fotogramma come sia necessario e costruttivo guardare al passato, alla propria storia, coglierne le luci e portarle al presente, ma anche le ombre perché, come scrive Ruth E. Renkel, non si deve avere paura delle ombre, “significa solo che c'è luce lì intorno”. Poi basta avere "uno" Storaro per esaltarla e renderla capolavoro.

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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