La conoscenza è avvenuta veramente per caso: Ninaif ha partecipato a una rassegna dedicata alla musica indipendente. La sua esibizione è stata molto interessante, ha affrontato il palco con una forza interpretativa che, a nostro giudizio, travalica la brevità del tempo concesso a ogni artista presente. Da qui a scambiarsi i contatti per un'intervista (questa) è un passo cui ci siamo preparati studiando la nota biografica che ci ha inviato.
Inizi per gioco, cantando da bambina nella stanza dei tuoi genitori, un appendiabiti come asta del microfono. Cosa cantavi?
Nemmeno lo ricordo più, probabilmente Laura Pausini che in quel momento aveva raggiunto il successo con "La solitudine" e tutto il repertorio sanremese. Io poi non volevo nessuno ad ascoltarmi, mi nascondevo nella camera dei miei genitori e cantavo. L'importante era che non ci fosse nessuno. I miei genitori mi chiedevano di cantare anche davanti agli altri, ma non c'era proprio verso. Poi le cose sono cambiate.
Hai trovato la tua libertà di espressione nella musica, nella dicotomia tra donna e bambina, nell'accettazione/promozione dell'imperfezione...
È un concetto in cui credo molto, che ho sviluppato dopo un percorso personale e avere accettato sia la mia parte bambina che il fatto di crescere e diventare donna. E credo che possano coesistere, soprattutto nella musica, che fondamentalmente permette qualsiasi cosa. Anche l'imperfezione è una forma di accettazione: oggi l'immagine ci impone questo bisogno di essere perfetti. Per fare l'artista devi essere in qualche modo gradevole, che sia in un modo o in un altro e ti chiedi se lo sei abbastanza. A un certo punto ho preso consapevolezza che sono come sono e come tutti gli altri sono e accettare le nostre imperfezioni ci permette di non essere come ci viene chiesto, ma come realmente siamo e ci sentiamo di essere.
Torniamo alle origini, non hai fatto "solo" la musica, hai spaziato in più discipline. Ti ha aiutato nel tuo percorso artistico?
Sicuramente. La prima strada che ho provato è stata quella teatrale, che ho praticato per molti anni, malgrado già volessi fare la cantante. Mi ha molto aiutato a uscire dal mio guscio, io ero quella bambina che non voleva che nessuno l'ascoltasse, e il teatro è riuscito a far dare qualcosa di me agli altri, anche se paradossalmente in teatro si interpreta qualcuno che non sei. Anche se è molto utile per conoscerci. Oggi quando salgo sul palco porto me stessa, non altri, ma ho imparato a farlo con il teatro.
C'è studio ed esaltazione della personalità quando sali sul palco per esibirti?
Io ho bisogno di raccontare e questo bisogno che passa attraverso la voce in realtà passa anche attraverso il corpo, lo sguardo l'emozione. Sono tante le cose che in quel momento si uniscono. È vero che è teatrale, ma in realtà è tutto molto naturale. Ogni parola che dico deve avere un senso e nella voglia di comunicarlo c'è bisogno di usare tutto. Nel cantautorato c'è tanto bisogno di far capire quello che comunichiamo, altrimenti rimane una cosa tra sé e sé ed è tutto inutile.
Ci si riesce sempre, parzialmente, oppure...
Quando mi dicono di cantare per me stessa, io non lo capisco. Lo fanno in tanti, probabilmente funziona pure, ma per me no. Perché senza qualcuno con cui condividere io non esisterei, sarei rimasta nella stanza dei miei genitori. Senza pubblico, senza le persone che ascoltano quello che abbiamo da dire questo mestiere non ci sarebbe, non ci sarebbe nulla di quello che facciamo.
Ti immergi nella musica con la paura di metterti a nudo e di far sapere agli altri che anche tu hai una “voce”, poi prendi per mano le tue paure e oggi siete amiche. Si può convivere con le proprie paure?
Credo si debba imparare a viverci assieme perché non andranno mai via, probabilmente e tanto vale giocarci assieme, piuttosto che temerle. Oggi, dopo un lungo percorso su me stessa, ho accettato di avere una voce, ho capito che forse mi piace pure e che vorrei condividerla con gli altri.
Tornerai a fare teatro?
Il teatro è meraviglioso. Tra le varie canzoni ho dei testi che non ho sviluppato soltanto come delle canzoni ma come dei racconti in musica, ma senza cantarle. Nei miei live, chitarra e voce, mi prendo questi piccoli momenti. Un accompagnamento musicale e racconto, recitando, quello che scrivo. Come vedi, non ho mai abbandonato definitivamente il teatro.
È possibile, come affermi, esorcizzare il futuro con la musica?
La musica può fare qualunque cosa e per me, quando ho la possibilità di viverla, soprattutto sui palchi, ma non solo, devo dire che il futuro pesa di meno, fa meno paura. Come artista indipendente hai sempre incertezze sul futuro, sai come va oggi, non sai mai se quello che fai piacerà ancora. È sempre tutto in bilico, è tutto un rischio. Poi però fai musica e non hai più paura o poi non ci pensi. Quando racconti non esiste niente. Il passato esiste solo per essere raccontato, il presente è quello che ti è utile per lavorare su quel racconto, e il futuro è quello che arriverà dopo quello che stai facendo. Per cui si chiude tutto. Poi quando torni a casa e ti metti a letto risale, ma puoi ancora esorcizzarlo il giorno dopo.
Il rapporto che hai con limmagine, mi riferisco principalmente alle studiate copertine dei singoli, non è confittuale...
Oggi non più così... tanto. Ci tengo molto a citare l'artista che si è occupata delle immagini dei miei singoli, che è riuscita a tirare fuori il senso e l'anima di quello che volevo esprimere. Sicuramente, ad oggi, io e la mia estetica, la mia immagine, viviamo meglio insieme, anche se come tante donne le mie insicurezze sono lì, dietro l'angolo e anche dietro ogni foto, ma va bene così. È tutto molto naturale e sincero e penso che sincerità e verità debbano essere alla base di ogni progetto artistico, altrimenti non è credibile. E ringrazio ancora Enrica D'Amore perché veramente ha fatto un lavoro fantastico.
Con la promessa, per il futuro, di interviste meno marzulliane e più musicali, ringraziamo Ninaif (e il suo appendiabiti) per la piacevole chiacchierata e ricordiamo ai nostri lettori che la possono trovare su Instagram e su Spotify.






