Jeff Koons è il simbolo della neo-pop art, nel 2019 la sua opera Rabbit ha stabilito un record da Christie's a New York dove è stata battuta a 91,1 milioni di dollari, rendendolo l’artista vivente più quotato al mondo. Le sue opere sono per lo più sculture scintillanti, spettacolari e cariche di significati simbolici che hanno ridefinito il ruolo dell’arte nella società contemporanea.
La mostra è una vera e propria esperienza emozionale e immersiva tra le sue opere più iconiche. Dall’inconfondibile Balloon Dog, all’irriverente Balloon Rabbit, dal Balloon Swan alla Monkey, attraversando i secoli con la collezione Gazing Ball, fino al dialogo con l’arte classica della collezione Antiquity. La mostra è curata da Luca Bravo, il progetto è realizzato da Deodato Arte e Comune di Fiorenzuola d'Arda.
L’opera Balloon Dog è una delle sue creazioni più celebri e riconoscibili, nonché un’icona dell’arte contemporanea. Si tratta di una scultura che raffigura un cane fatto con un palloncino gonfiabile, come quelli usati nei giochi per bambini o nelle feste. L’opera sembra un palloncino, ma è pesante, solida e iper-lucida. L’effetto specchiante riflette l’ambiente e lo spettatore, coinvolgendolo direttamente nella fruizione. L’oggetto effimero e leggero della cultura popolare viene trasformato in un’icona eterna, come una statua classica.
Koons eleva un simbolo dell’infanzia a oggetto d’arte museale, creando uno scarto tra l’apparenza giocosa e la sua imponente fisicità. L’opera è volutamente kitsch, iper-popolare, ma al tempo stesso rifinita in modo estremamente tecnico. Sfida le distinzioni tra arte “alta” e cultura di massa. Come nelle sue Gazing Ball, anche qui la superficie riflettente rimanda l’immagine di chi guarda.
Manet Olympia, parte della serie Gazing Ball, è una reinterpretazione contemporanea di Olympia (1863) di Édouard Manet. Jeff Koons riproduce fedelmente il quadro di Manet, ma al centro dell’opera colloca una sfera di vetro blu riflettente: la gazing ball, che dà il nome all’intera serie. Il disco specchiante blu è il vero intervento artistico e introduce un elemento straniante e concettuale. La sua superficie riflettente coinvolge lo spettatore nell’opera: chi guarda il quadro vede sé stesso e lo spazio circostante riflesso nella sfera. Questo crea un dialogo tra passato e presente, tra arte classica e cultura contemporanea, tra l’oggetto osservato e l’osservatore. Olympia di Manet è già di per sé un’opera di rottura: raffigura una donna nuda che guarda lo spettatore con sfrontatezza, disturbando la sensibilità borghese dell’epoca. Koons ripropone questa figura provocatoria, ma la incornicia in una dimensione ancora più postmoderna.
Dalle parole del curatore della mostra: “Con palloncini e porcellane, Koons trasforma il kitsch in oro e ci mostra quanto siamo disposti a desiderare ciò che non capiamo. Koons è, nel bene e nel male, l’artista che ci meritiamo. Non ci consola, non ci illumina, non ci guida. Ci riflette. Rispecchia noi stessi. E se non entriamo in vero contatto con noi stessi, siamo condannati a vivere una vita degli altri. La vita vera non germoglia dietro a successi o status esteriori, ma è il risultato di una scoperta interiore. Questo viaggio di scoperta non è facile, ci può far scontrare con il nostro passato, con paure, conflitti, ombre, ma solo mettendoci a “specchio” con noi stessi possiamo avere l’ambizione di scoprire la vera felicità. La connessione con noi stessi è la chiave. Questo Koons non smette di ricordarcelo. Koons non crea opere, crea superfici lucide. Perfettamente rifinite. Ogni suo oggetto, ogni suo lavoro, è una carezza al narcisismo collettivo. Io sostengo da anni che Jeff si prenda gioco (in modo molto molto serio ed intelligente) del mondo dell’arte. Mette d’accordo galleristi e miliardari, star di Hollywood e direttori museali, mercati finanziari ed influencer. Ha trasformato palloncini, porcellane kitsch e cuccioli di animali in icone pop vendute a cifre da capogiro. Il suo talento è quello di metterci a nudo. E di mettere a nudo in particolare il nostro rapporto con l’arte, il lusso, il desiderio… e fondamentalmente l’algoritmo di noi stessi. La provocazione più radicale oggi non è gridare contro il sistema, ma celebrarlo”.








