Pink Floyd Legend: Atom Heart Mother Tour (recensione)

I Legend proseguono nel loro "ricordo tematico" continuando a spaziare tra i capolavori britannici: un breve salto indietro

immagine dal concerto dei Pink Floyd Legend
m&s - I Pink Floyd Legend in concerto (foto di Claudio Cavalloro)

Continua l'attenta esplorazione artistica, da parte della band italiana, della produzione floydiana. Se nel 2016 i Pink Floyd Legend avevano omaggiato il "lato oscuro", per il tour 2018 la band ha scelto di indietreggiare di tre anni, guardando verso un altro capolavoro (ma sono pochi i dischi del quartetto/quintetto britannico che non possano essere considerati tali), facendosi però accompagnare da appena una novantina di altri artisti, tra cori, ottoni e archi. Di sicuro così non si può patire il senso di solitudine, anche se si ha bisogno di un palco piuttosto importante per riuscire a contenerli tutti. Il programma della serata prevede prima un mix di grandi successi (tutti!), poi il corpo centrale dedicato ad Atom Heart Mother.

L'apertura dello spettacolo è con la sola band accompagnata dalle tre coriste di ordinanza. Stelle e galassie psichedeliche brillano sullo sfondo, mentre risuona l’interpretazione del primo e riconoscibilissimo riff. Il viaggio nel mondo floydiano inizia da “Shine On You Crazy Diamond” ed è impossibile non lasciarsi trasportare da queste note e dal sax di Michele Leiss. Un brano, anzi un manifesto di qualità musicale che i Legend - tutti - interpretano perfettamente, ricevendo i meritati e giustificati applausi dal pubblico.

Possiamo “volare” anche noi con “Learning To Fly”, eseguita con altrettanta - quasi fastidiosa - precisione, mentre una coreografia laser volteggia di fronte al palco, illuminato, alla fine del pezzo, da un’esplosione di razzi luminosi. Scorrono le lancette fin troppo velocemente, e nel vero senso della parola, dopo appena qualche rintocco, si prosegue con “Time”, un vortice di orologi sullo sfondo e l’esecuzione del famosissimo e travolgente assolo di chitarra. Non si fa desiderare più di troppo uno dei brani più attesi della serata (e temuti da chi deve eseguirlo), "The Great Gig in the Sky”, altra vetta raggiunta e scalata impeccabilmente da Martina Pelosi, Sonia Russino e Giorgia Zaccagni.

Dal “cielo” torniamo velocemente sulla terra mentre il palco si tinge del verde dei dollari di “Money”, per poi passare all’atmosfera più intima di “Mother”. Anche il pubblico "suona", con il battito delle proprie mani, ai primi celebri accordi di “Wish You Were Here”, e “…year after year”, seduti ognuno al proprio posto, ma ondeggiando a tempo di musica e prestandosi a cantare il ritornello senza tanti imbarazzi. I Legend non danno spazio a pause, si procede con “One Of These Days”, poi “Brain Damage/Eclipse”. Si trova lo spazio - video - anche per una sottile (ma non troppo) satira politica che conclude la prima parte dello spettacolo per sola band.

Dieci minuti circa di pausa, necessari per scambiarsi opinioni (solo positive) sulla serata e, tecnicamente, utili perché il palco si possa riadattare per ospitare le decine e decine di persone che daranno voce e suono ad Atom Heart Mother. La seconda parte si apre con “In the Flesh”. Un piccolo aereo plana attraversando tutta la platea e sono nuovamente fuochi d’artificio. Suona poi la campanella, è ora di “Another Brick In The Wall”, inno ritmato che il pubblico non può fare a meno di seguire senza sosta, guidato dal "marciante" direttore Giovanni Cernicchiaro.

“Summer ’68” è il giusto omaggio in onore del compianto Richard Wright. Orchestra e coro diventano finalmente assoluti protagonisti con l'esecuzione di “Atom Heart Mother”, un tripudio di note, un’esplosione di vibrazioni e una vera e propria fusione psichedelica tra voci e strumenti. Ron Geesin è l'autore delle partiture orchestrali della suite ed è dallo stesso compositore che Fabio Castaldi ha ricevuto direttamente gli spartiti di Atom Heart Mother.

Il disco si snoda attraverso straordinarie combinazioni tra musica classica e rock, alternando momenti pervasi da eleganti melodie ad altri di pura potenza sinfonica. E' considerato il disco della maturità e un punto di svolta nel percorso artistico della band, che abbandona la psichedelia per migrare nel progressive, tagliandosi comunque uno spazio unico con un suono che non può lasciare spazio a confusioni. Il disco malgrado il successo ottenuto - ma si tenga presente che The Dark Side of The Moon (1973) continua a vendere copie oggi - è stato molto criticato dai suoi stessi autori. La copertina con la "mucca" è del solito geniale artista Storm Thorgerson e l'ingegnere del suono è l'allora 22enne Alan Parsons.

Il concerto è incredibilmente già finito, le due ore canoniche sono veramente passate in un attimo. Ma non si perde tempo, evidentemente c'è ancora altro da ascoltare. Primo bis con “Nobody Home”, “Bring the Boys Back Home” e con l’immancabile e assolutamente necessaria “Comfortably Numb”, che trascina il pubblico in un ultimo, ma non meno sentito, canto collettivo. A conclusione del secondo bis, un frammento di “Atom Heart Mother”.

I 100 artisti si prestano al ringraziamento e vengono ripagati da svariati minuti di applausi. Siamo tutti d'accordo nel definire la serata non un semplice concerto, ma un’esperienza particolare, che ci ha permesso di poter fare un ulteriore viaggio nel mondo onirico dei Pink Floyd, portati per mano e per suoni da un incantesimo di qualità che senza dubbio vale la pena di continuare a vivere.

PINK FLOYD LEGEND
in
ATOM HEART MOTHER
Fabio Castaldi (basso e voce)
Alessandro Errichetti (chitarra e voce)
Emanuele Esposito (batteria)
Simone Temporali (tastiere e voci)
Paolo Angioi (chitarra acustica, elettrica e 12 corde; basso e voce)
Michele Leiss (sax)
Martina Pelosi - Sonia Russino - Giorgia Zaccani (cori)
Andrea Arnese (effetti audio/video, keytar, chitarra acustica)

con la partecipazione di
LEGEND CHOIR
OTTONIDAUTORE
QUARTETTO D'ARCHI SHARAREH
direttore Maestro Giovanni Cernicchiaro

produzione Menti Associate

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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