I Pollice hanno accarezzato a quattro mani la tastiera del gran coda Fazioli, posto davanti all’affresco quattrocentesco “Noli me tangere” nella chiesa del Gesù a Viterbo, salotto-concerto della manifestazione ideata e condotta da sette anni dal maestro Sandro De Palma.
Coerenti col tema di quest’anno, il Viaggio, i fratelli Pollice hanno affrontato “Il giro del mondo in 80 giorni”, un tour virtuale di narrazioni e musica, a bordo di una carrozza sovraccarica di note da ogni dove e di ogni età, sulle tracce del mitico Phileas Fogg, personaggio caro a Giulio Verne, che i più stagionati ricordano nel volto di David Niven nello storico film del 1956.
Il Viaggio è scandito da quattro momenti, come ideali movimenti di una sinfonia di respiro mondiale: la Scommessa, l’Amore, il Progresso e il Sogno.
Il primo, che possiamo associare ad un Allegro introduttivo, ci ricorda la Scommessa di Fogg sulla possibilità di girare il mondo in 80 giorni. Partenza da Calais e via verso Parigi, Brindisi e Suez che nel 1871 (due anni dopo l’apertura del Canale) fece da sfondo alla prima rappresentazione di Aida. La tastiera di Paolo e Aurelio risponde al ricordo con le note solenni del “God save the Queen” di C. L. Hess, le struggenti melodie parigine di “Les feuilles mortes” di J. Kosma e la fantasia su partitura originale di P. Serrao su Aida. Incipit aggressivo e travolgente con cui il duo mette subito in chiaro fondamentali e tecnica.
Nel secondo movimento, come un Adagio, intenerisce l’Amore di Fogg per la principessa Auda, dalla sconvolgente bellezza orientale. C’è l’India dei misteri, delle tradizioni, degli odori e della spiritualità, ma anche degli echi di madre Inghilterra. Sull’afa di Calcutta si libra il “Salut d’Amour” di E. Elgar: un canto sublime, come una dichiarazione d’amore, dedicato all’amata Caroline, in cui fratelli Pollice non fanno certo rimpiangere l’esecuzione al violino che ne fece Andrè Rieu. E poi la Cina di Hong Kong che evoca la reggia di Pechino e l’Amore della ”povera Liù” per il suo principe-signore. La gelida Turandot, di fronte alla sua incrollabile fermezza di non svelare il nome di Calaf rischiando tortura e morte, le dirà “Chi pose tanta forza nel tuo cuore?” La risposta è disarmante, “Principessa l’Amore”, come a dire voglio il suo bene e pur di salvare l’uomo che amo, preferisco morire. Qui le quattro mani di Paolo e Aurelio si fanno carezze sui tasti d’avorio e su quell’ultimo soffio musicale di Puccini, prossimo alla morte, annunciato nel “Tu che di gel sei cinta”.
Ma il lontano Oriente è fatto anche di Giappone con le sue “piccole cose umili e silenziose”, i kimoni, i passi svelti e brevi, gli ombrellini, i bastoncini per mangiare e la metropoli Yokahoma su cui s’avvolgono le note esotiche di “Laideronnette, impératrice des pagodes” uno dei cinque “duetti” per pianoforte della composizione “Ma Mére l’Oye” di M. Ravel che rievoca fiabe orientali con suoni esotici dedicate ai bambini.
I rumori del nuovo mondo, formato America, del terzo movimento che chiameremo Allegretto, sono assimilabili a moduli e ritmi del tutto diversi e dirompenti, legati al Progresso che si afferma con i suoi riti frenetici. I prodromi di nuovi linguaggi musicali, da San Francisco a New York, sono afferrati dai fratelli Pollice con presa sicura e inaspettata. La tastiera del pianoforte è consenziente ai loro pensieri d’oltre oceano e in grado di esaltare le nuove espressività musicali, come è evidente nel The Entertainer di S. Joplin (colonna sonora del film “La stangata” con Paul Newman) e nel The man I love di G. Gershwin, la cui suadente intimità si materializza sui tasti in perenne equilibrio tra jazz e blues.
Infine il Sogno. Per una serie di circostanze Phileas non riesce a ritornare a Londra nei tempi previsti e perde la scommessa, ma conquista pur nella sconfitta l’amore di Auda, così come Isotta conquistò quella di Tristano con un amore proiettato all’infinito. I fratelli Pollice iniziano con un Lento struggente, sulle note di “Isolden Liebestod” (da loro stessi arrangiato) nello scenario irlandese di Dublino. Poi il finale in un Allegro-Presto sulle tracce dei Queen nel “We Are the Champion” che coinvolge il pubblico, peraltro immerso in una gradita (ma poco fotografabile) penombra. Bis con il Morgen di R. Strauss sul pensiero “Domani splenderà di nuovo il sole”. Applausi calorosi e convinti dei pochi fortunati presenti.
Vincenzo Ceniti








