Da una parte abbiamo il mondo che la musica la fa o la ascolta, ma assieme coesiste una piccola e coriacea nicchia che la musica la critica, ma a prescindere e spesso senza troppo capire di chi o cosa si stia parlando. Gli assolutisti del genere non riescono a capire l'evoluzione, per loro i Genesis avrebbero dovuto sciogliersi dopo l'abbandono di Peter Gabriel, i Deep Purple esistono solo in formazione Mark II e hanno fatto un'eccezione per i Pink Floyd, ma solo fino a The Final Cut, altrimenti avrebbero dovuto disconoscere 11 dischi su 13.
È infatti fisiologico che le formazioni, come le aziende o le famiglie, insomma qualsiasi raggruppamento di persone, possano negli anni modificarsi, con l'ingresso di alcuni e l'uscita di altri, la diversa cifra stilistica imposta o richiesta dagli uni o altri. Tutto questo preambolo per significare che abbiamo trovato del tutto ingiustificati alcuni - pochi - commenti, espressi dopo l'esibizione dei Crimson PrpjeKCt, colpevoli di non essere i King Crimson (se lo fossero stati avrebbero avuto quel nome e non questo), anche se ci chiediamo quale sia la formazione universalmente accettata. Dal palco manca sicuramente la mente dei KC, Robert Fripp, ma facciamo umilmente presente che nei Genesis degli esordi mancavano sia Steve Hackett che Phil Collins, così come il primo cantante dei Deep Purple non era Ian Gillan (entrerà assieme a Roger Glover dal quarto disco).
Ora che ci siamo presi "la briga, di certo il gusto" (cit.) della lunga puntualizzazione, probabilmente (no, intenzionalmente) anche strumentale, possiamo passare all'unico elemento - fondamentale - della serata cui abbiamo assistito, partendo dal pubblico che ha affollato (1200 presenti) l'Auditorium Parco della Musica di Roma, e ci saremmo stupiti se non ci fosse stato, ma anche questo è significativo dell'attenzione tributata all'evento. Pubblico eterogeneo e anche piuttosto giovane, anche se i 50/60enni erano in maggioranza, alcune accompagnatrici, parzialmente annoiate, che discretamente hanno passato le poco meno di 3 ore di concerto - forse appena eccessiva la durata - giocherellando con il cellulare.
Impeccabile il doppio trio sul palco: Tony Levin (chapman stick), Pat Mastelotto (batteria) e Adrian Belew (voce e chitarra), con il "supporto" di Markus Reuter, Julie Slick e Tobias Ralph, in grado di catalizzare la massima attenzione sulle indubbie capacità interpretative e di affollare di suono la sala. Difficile far "suonare" due batterie contemporaneamente senza impazzire, come difficile - ma meno - amalgamare al meglio il sestetto.
A chi ha amato un genere meno sperimentale, dall'ascolto apparentemente più "semplice", il concerto è sicuramente piaciuto (noi siamo fra questi), sia nella sua grande solidità strumentale, che nei tentativi - largamente apprezzati - di comunicare con il pubblico in "italiano", fino alla concessione di un accenno del manifesto "The Court of Crimson King" e un bis che - ma potremmo sbagliare - non era previsto. Apprezzabile quindi, molto apprezzabile il tentativo, che non tutti i performer stranieri di questo calibro sono disposti a percorrere, di diminuire la distanza tra artista e pubblico (pagante).
Gradita, anche perché maggiormente attesa, la parte - predominante - di improvvisazione. Parte delle "critiche" (spesso sconfinanti nel tifo da stadio) pubblicate nei giorni successivi al concerto hanno calcato la mano sulle differenze con i King Crimson, dimenticando che i Crimson ProjeCKt non sono i King Crimson, un progetto datato 1969, non con questo nome si sono presentati, non con questo nome sono stati annunciati e pubblicizzati, anche se sul palco romano erano presenti i 3/5 della attuale compagine guidata (da sempre) da Robert Fripp. Ma soprattutto i King Crimson, quali? Visto che in circa 40 anni di onorata carriera, dovrebbero essersi fregiati del titolo di componente ben 18 musicisti diversi, praticamente il cast di un musical pluriennale. Ribadiamo quanto già espresso sopra, ma il solone distratto potrebbe averlo già dimenticato.
In conclusione quella offerta al pubblico è stata sicuramente una serata di buona musica, suonata da grandi professionisti, in grado - indipendentemente dall'etichetta messa alla band (KC, ABPT, CP, ecc.) - di saper emozionare quanti li hanno ascoltati, lasciando fuori dalla sala la "critica" a ogni costo e avendo presente che se si sta seduti ad ascoltare e non sul palco a suonare, un motivo forse c'è, e c'è sempre.







